COMUNICATO 09/2011

Applichiamo il progetto 1% alle “Roma Solidarity Card” per giungere al nuovo “diritto di solidarietà”


In tutti i Paesi Occidentali si rincorrono le riforme per diminuire il debito pubblico e riavviare la crescita, con lo scopo di mantenere la pace sociale. In Italia, le nuove imposizioni verso le persone che producono maggiori redditi vengono definiti “contributi di solidarietà”. I Paesi emergenti producono metà del PIL mondiale e si stanno assumendo le loro responsabilità per la stabilità dei mercati, quelli veri perché verranno costruiti sullo scambio di materie prime e di produzioni alimentari. Stanno anche preparandosi ad un ruolo determinante nella creazione di una moneta unica mondiale, ora che non hanno più la necessità di contrapposizioni ideologiche e di primazia economica dal momento che la più grande potenza del mondo, ossia gli USA, deve ritornare a guardare a ciò che succede all’interno dei propri confini, senza più ergersi a regolatore della pace mondiale: eufemismo che significava libertà di regolare le economie dei Paesi poveri e di quelli emergenti.
Consci che le ingiustizie sono il frutto dei limiti umani e che tutti noi possiamo partecipare attivamente nel dare avvio a nuove forme di convivenza, meno ingiuste, cerchiamo di ragionare sulle possibili cose da fare.
Richiamandoci ai “contributi di solidarietà”, nel lontano 28 dicembre 2001, il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il Ministro dell’Economia e delle Finanze italiani congiuntamente, con notevole intuizione storica, presentavano alla Camera dei Deputati, un interessante disegno di legge (n. 2144) con il quale indicavano il progetto 1% (denominato De Tax - DT o A Tax) come un possibile strumento per la lotta alla fame e alle malattie, oltre che per il sostegno allo sviluppo:

“[….] … ma trova spazio crescente la «dimensione etica»: favore per la famiglia, per il «non-profit» ed il volontariato, introduzione della «De-Tax» (o «A-Tax»), sotto forma di detassazione dell’1 per cento dei consumi liberamente destinati dai cittadini per finanziare attività eticamente meritevoli. [….] … Non è una tassa, ma una non-tassa. Non solo, tanto è autocratica la TT [Tobin Tax], quanto è democratica la DT [De-Tax]. Perché il suo campo di applicazione non è limitato al mercato finanziario, ma esteso a tutti i consumi. Perché non è riscossa ed amministrata da un ufficio, ma autogestita da una platea potenzialmente sconfinata di soggetti privati.” (1. Articolo 1 - La riforma)

La dimensione etica e la solidarietà sono elementi sempre più frequentemente utilizzati ai giorni nostri e non è azzardato immaginare una futura possibile codificazione di un nuovo “diritto di solidarietà”.
In tutto ciò l’Italia, col potenziale storico e culturale millenario che porta con sé, potrebbe diventare un punto di riferimento nella diffusione di quella filosofia, che non ha mai mancato di animare le attività del nostro Movimento. Per questo, abbiamo suggerito all’Amministrazione della Città di Roma il progetto 1%, da applicare alle “Roma Solidarity Card” prepagate, da distribuire a favore delle persone meno abbienti, in modo che possano disporre delle risorse minime per fare la spesa. Si tratta di una moderna forma, libera e solidale, di trasferimento di ricchezza da tutti coloro che possono spendere, ai più poveri. Sarebbe sufficiente che quei cittadini che a Roma esercitano attività economiche direttamente col pubblico, si lasciassero attrarre da quello spirito di solidarietà che sta oramai coinvolgendo molte persone in diverse parti del mondo, cosicché Roma potrebbe diventare l’esempio per la contaminazione positiva nella diffusione del nuovo “diritto di solidarietà” a livello globale.



Cordiali saluti.
Roma, 30 settembre 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 08/2011

L’attuale sistema capitalistico è caduto: dal diritto di proprietà al diritto di solidarietà


Per me era naturale che dopo i reiterati tentativi di globalizzazione del mondo ci fosse una “primavera di giovani africani” che, prendendo avvio dal continente più povero e sostituendosi a ciò che hanno fatto europei e americani in altri tempi storici, creasse una nuova speranza per l’umanità. Non posso negare la difficoltà di comprendere la storia ma se immagino di essere nell’anno 1789, in piena Rivoluzione Francese, riesco a darmi più facilmente ragione dei fenomeni che mi circondano. Non serve neppure passare, come molti vorrebbero a torto farci credere, attraverso catastrofi e lotte civili, perché oggi si tratta di accettare la perdita di valore di ciò che valore non ha mai avuto. E’ sufficiente considerare azzerato il valore immaginario di quei “titoli derivati” che, da soli, qualcuno sostiene rappresentino dieci volte il PIL mondiale, riproponendo dieci anni dopo quanto è stato fatto dai Paesi Occidentali azzerando il debito dei Paesi poveri, perché ingiusto e iniquo. In verità, si tratta di prendere atto di ciò che sta facendo il mercato da solo, senza alcuna preventiva autorizzazione di coloro che immaginano di governare il mondo con idee che appartengono al passato: gli incontri di metà agosto, di Merkel e Sarkozy, docent.
In Italia come in Europa e nelle altre parti del mondo, coloro che sono al potere, non solo in ambito politico, desiderano rimanervi il più possibile pensando di averne diritto perché investiti da elezioni popolari o da nomine legittime. Gli oppositori, denunciando il fallimento dell’attività dei primi, sostengono di dover dare il loro fattivo contributo solo condizionatamente ad un passo indietro degli altri. Siamo nella follia più pura perché nessuno comprende, ovvero nessuno vuole ammettere, che né gli uni né gli altri sono legittimati a governare il periodo di transizione, dopo la caduta di un sistema, e tantomeno sono legittimati a governare il periodo che seguirà.
Solo chi saprà immaginare un mondo nuovo dove, al primo posto, sarà riposizionata la ricerca del bene comune, avrà titolo per governare il nuovo ordine, conseguenza della codificazione e dell’attuazione di regole totalmente nuove.
Napoleone Bonaparte è un personaggio storico discusso ma sembra che nessuno possa negargli la determinazione nella stesura ed approvazione di quell’articolo 544 del Codice Napoleone del 1804 (La propriété est le droit de jouir et disposer des choses de la manièr la plus absolue) che ha cambiato il mondo, diventando linfa vitale per il capitalismo, per il contrapposto collettivismo e per la rivoluzione industriale, fino all’attuale degenerazione del consumismo.
Per superare il presente momento di difficoltà ed incertezza collettiva sarebbe sufficiente far proprio l’insegnamento di un “maestro” del XX secolo, non economista, il Beato Giovanni Paolo II, che ci ha indicato la via possibile da percorrere sostenendo che, dopo la globalizzazione dei mercati, sarebbe necessariamente servita la “globalizzazione della solidarietà”.
Fosse mai che oggi, dopo la caduta di questo sistema economico, dovessero ritornare utili moderni Napoleone capaci di scrivere il nuovo “diritto di solidarietà”, capaci di dare la stura ad una nuova società nella quale la globalizzazione possa creare luoghi di confronto e di valorizzazione delle diversità che caratterizzano gli esseri viventi, in un momento storico nel quale l’umanità deve necessariamente trovare la nuova via? I giovani lo stanno chiaramente indicando.


Cordiali saluti.
Roma, 31 agosto 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 07/2011

Il sogno che diventa realtà


Ho sognato che in Europa gli Stati non riuscivano ad approvare “manovre” di stabilità e che gli USA non riuscivano a mediare le due anime nel Congresso con la conseguente incapacità a garantire la restituzione del debito alla Cina. I Paesi emergenti pronti a prendere in mano il loro destino senza soggezioni e subordinazioni. Il petrolio sostituito dalle energie rinnovabili, smentendo le previsioni catastrofiche della fine del pianeta.
Ho visto un mondo più rispettoso del creato che permetteva nuovamente agli animali di condurre la propria esistenza da animali senza essere trasformati in “umani soggiogati”.

Ho visto i diversi Paesi Occidentali non mirare più alla crescita del PIL, meno auto nelle strade, meno case disabitate, meno armadi pieni di vestiti inservibili, meno frigoriferi pieni di derrate alimentari da conservare anche per gli anni a venire.

Ho visto il ritorno al mercatino rionale, fiorire i commerci dal produttore al consumatore con le primizie vendute a prezzi accessibili anche ai meno ricchi. Il ritorno al libretto della spesa, seppure elettronico, con la ricostituzione del rapporto fiduciario tra produttore, distributore e consumatore. Le imprese riprendevano a farsi credito, senza pagare l’intermediazione alle banche.

Ho visto la chiusura di molti sportelli bancari e l’esclusione dalle borse di tutte le imprese finanziarie. Ho visto le banche ritornare ad assumere la loro funzione sociale per garantire il deposito del risparmiatore e per concedere il credito alle famiglie e alle imprese, per finanziare investimenti e nuove attività.
Ho visto sparire le società di rating e le università pullulare di maestri intenti ad insegnare senza distogliere il loro tempo per partecipare ai cda delle aziende e ai banchi della politica. Ho visto giudici intenti a giudicare con giustizia ed equità, politici orgogliosi di governare il proprio popolo senza percepire stipendi ingiusti. Ho visto anziani raccontare la loro esperienza a bambini e giovani e spegnersi con serenità.

Ho visto gente scambiare la propria villa con due abitazioni per i figli che formavano una nuova famiglia. Ho visto la diffusa applicazione del baratto dove anche gli Stati ricevevano tecnologia in cambio di merci preziose, senza intermediari, perché la conoscenza si diffonde attraverso i moderni sistemi di comunicazione. Ho visto brillare gli occhi dello speculatore che ritornava ad un lavoro nel quale poteva mettere a frutto i propri talenti.

Ho visto diminuire la povertà in Africa con la ripetizione del miracolo italiano impreziosito dall’utilizzo della tecnologia da parte di società tribali, senza la sopraordinazione alle persone, agli usi e ai costumi locali, arcaici e tradizionali.

Ho visto la trasformazione di fabbriche per gli armamenti in aziende per la produzione e distribuzione di prodotti con metodi espositivi che rendevano palese l’attività dei lavoratori verso i consumatori. Ho visto l’Italia capitalizzare la propria storia ultramillenaria con la valorizzazione delle proprie opere storiche, artistiche e paesaggistiche, con un turismo di qualità aperto a tutti coloro che lo richiedevano. Il made in Italy ritornare ad essere completamente prodotto in Italia con la massima valorizzazione della bellezza.

Ho visto il benessere prosperare col progressivo abbandono del consumismo e del denaro-merce.

Ho visto le fabbriche e gli studi professionali ritornare ad essere palestre di esperienza e di vita per i giovani, dove il termine precario assumeva il senso latino di “precarium”, ossia ottenuto con preghiere.
Ho visto fiorire l’istituto dell’adozione, attraverso il quale le famiglie si facevano carico dei bambini orfani e più sfortunati, indipendentemente dal colore della loro pelle.
Ho visto l’adozione di giovani apprendisti stranieri che trascorso il periodo di apprendimento facevano ritorno ai propri Paesi per avviare imprese, sviluppo e benessere.

Ho visto gli Stati moderni prevedere costituzionalmente il pareggio di bilancio ma anche rifare il patto tra il “Principe e il Suddito”, stabilendo l’entità percentuale massima di tassazione del cittadino.
Ho visto sventolare la bandiera regionale, quella del popolo di appartenenza, vicino a quella nazionale e mondiale, con un governo federalista basato sulla solidarietà diffusa.
Ho visto i cittadini utilizzare la moneta locale ed un’unica moneta mondiale.

Ho visto la donna, in ogni parte del mondo, ritornare ad essere madre e soggetto fondamentale, rispettata in famiglia e nella società, libera da lavori e funzioni inappropriate.
Ho visto bambini curati negli ospedali, intenti a scrivere e leggere nei banchi delle scuole potendo contare su cibo e acqua sufficienti.

Ho visto l’orizzonte avvicinarsi rapidamente ed il fruscio del vento che cresceva scuotendo l’albero con le foglie che entravano dalla mia finestra e mi sono svegliato con il desiderio che tutto ciò possa accadere, nel più breve tempo possibile.

Cordiali saluti.
Roma, 31 luglio 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 06/2011

WWW. Ritornando a stupirci se “mettiamo le persone al centro della rete”


Negli anni ’80 nessuno avrebbe potuto immaginare che la “rete” avrebbe comportato così grandi nuove opportunità ma, a tempo stesso, avrebbe anche favorito l’aumento delle disparità nell’attuale mondo moderno che fatica a trovare la strada del riscatto per i poveri dei Paesi in via di sviluppo e che fa scomparire la classe media dei Paesi Occidentali.
Nessuno si sarebbe stupito di fronte all’affermazione che le persone devono essere poste al centro della “rete” perché queste vi erano naturalmente, indipendentemente dall’attività esercitata ed indipendentemente dalle diverse situazioni di vita quotidiana. Ciò non significa che quel periodo non necessitasse di conquiste di libertà e di autonomia, ma che sembrava a tutti naturale il valore proprio della persona e la sua centralità nella vita sociale.
Nei primi anni di questo secolo la “rete” e le conquiste tecnologiche hanno certamente avuto il sopravvento ed erano diventati pochi coloro che sostenevano che le persone avrebbero dovuto essere poste al centro, tanto che sembrava fossimo tutti affascinati dalle meraviglie che si prospettavano all’orizzonte, inebriati da cose nuove e mai sperimentate prima.
Dopo l’avvento della grande crisi del 2008, da alcuni paragonata a quella del 1929, si sta assistendo ad un fenomeno degenerativo ancora peggiore: non ci si sorprende più nel leggere che qualcuno vorrebbe ri-mettere la persona al centro della “rete”.
Tutto questo neppure se si tratta del pensiero di un uomo, il Prof. Massimo Marchiori, che ha rifiutato ingaggi da favola nella Silicon Valley e che non si è lasciato ammaliare dal potere e dal denaro decidendo di continuare la propria attività di ricercatore universitario in una città di provincia italiana. Poco importa che sia “alle prese con un nuovo algoritmo per sviluppare il motore di ricerca di terza generazione, basato sull’interazione delle persone con il sistema” (Il Sole – 24 Ore, domenica 19 giugno 2011, Nova n. 165, pag. 46).
Credo che dovremmo ritornare a stupirci per ammirare ed imitare, riscoprendo quei valori che pongono al centro la persona in ogni era storica, aiutati anche dai mass media che troppo spesso sono impegnati a sbalordirci con avvenimenti certamente meno importanti di questi.


Cordiali saluti.
Roma, 30 giugno 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 05/2011

La Primavera e la crescita


Ascoltando i commenti su ciò che sta avvenendo nel mondo si sente spesso parlare di primavera araba ovvero di primavera dei Paesi del Nord Africa. Chi ha la mia età ha assistito alla Primavera di Praga, momento positivo e anticipatore di avvenimenti straordinariamente innovatori nella storia europea del secolo scorso.
Coloro che elaborano analisi e prospettive sulla ripresa economica mondiale parlano di crescita e troppi, pur dicendosi animati da spirito riformatore, propongono soluzioni che, anziché guardare al futuro, continuano ad essere rivolte al passato e alla protezione dei privilegi acquisiti.
Ritengo che alcuni errori dipendano dalla mancata distinzione di tre situazioni diverse:
- quella del “BRIC” (Brasile, Russia, India e Cina) dove gli indici di crescita quantitativa sono elevati e dove sembra essere avviato un processo di miglioramento delle condizioni di vita di molti, proprio perché sussistono all’interno della medesima area geografica e politica, sia condizioni proprie dei Paesi poveri, sia condizioni proprie dei Paesi ricchi;
- quella dei Paesi in via di sviluppo, nei quali lo scambio di conoscenze e di capacità imprenditoriali con i Paesi ricchi, abbandonata la consueta tecnica dello spoglio sistematico di ricchezze, potrebbe avviare un processo di crescita del PIL, capace di creare autonomia e autosufficienza e, contestualmente, permetterebbe a noi occidentali di raccogliere il risultato delle nostre vere ricchezze, tra le quali assume un ruolo primario la “Conoscenza” (dopo Terra, Lavoro e Capitale), ormai da molti indicata come vero e proprio fattore produttivo;
- quella dei Paesi Occidentali, nei quali la crescita quantitativa del PIL non può rappresentare l’unica misura del benessere dei cittadini, specialmente dopo aver constatato che, raggiunto un determinato livello di ricchezza, la società moderna si è lasciata pervadere dal consumismo e dall’egoistica eccessiva appropriazione di beni, denaro e potere, senza nuove prospettive per le persone e le comunità di appartenenza.
Sapendo che appartiene alla natura umana il desiderio di migliorarsi, non possiamo inneggiare alla decrescita, che spesso viene vista come prospettiva utopica per la società futura. Dobbiamo però precisare quale crescita è necessaria per il superamento della crisi e per il miglioramento della società nel suo complesso.
Crescita del lavoro e della conoscenza in modo da realizzare maggiore equità, anche retributiva, ponendo fine alle distorsioni macroscopiche che esistono, specialmente per i manager del mondo finanziario e speculativo. Dobbiamo crescere nella consapevolezza che ci permetta di fare scelte coerenti in ambito economico, sia da consumatori che da produttori e distributori. La crescita deve coincidere con l’incremento della responsabilità di ogni cittadino, con l’aumento dell’attenzione all’altro e ai beni altrui, da considerare importanti almeno quanto la nostra persona e quanto i beni di nostra proprietà. La crescita a cui tendere impone perciò maggior rispetto degli altri per realizzare maggiore tranquillità personale e di gruppo, fiducia in sé stessi e fiducia negli altri.
Leggo con attenzione le analisi di economisti che dicono che i nostri mali sono nella diminuzione delle nascite e che basterebbe incentivarle per risolvere molti problemi. Peccato che, qualche volta, questi economisti possono contare su stipendi iniqui e su privilegi non comuni derivanti dall’appartenenza a organizzazioni finanziarie che, per prime, andrebbero integralmente riformate. Quale padre e madre non desidererebbe partecipare allo straordinario stupore di essere parte attiva di una nuova vita se le aspettative per i propri figli fossero diverse di quelle che oggi offre l’attuale società malata?
Serve un vero rinnovamento nelle persone e delle persone affinché anche nei Paesi occidentali si possa parlare di primavera. Una nuova stagione capace di ricreare quel clima di fiducia, attingendo anche dall’insegnamento che viene dai Paesi del Sud del mondo. Così facendo la crisi economica potrà essere superata, abbattendo quel muro tra Nord e Sud così come è avvenuto per quello tra Est ed Ovest, che ha trovato origine anche nella Primavera di Praga.


Cordiali saluti.
Roma, 31 maggio 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 04/2011

Giovanni Paolo II, Maestro del XX secolo, da “ascoltare” per superare le sfide del XXI


Difficile immaginare che in qualche luogo della terra ci siano persone e popoli che non sanno che il primo maggio 2011, festa del Lavoro, il compianto Santo Padre, Giovanni Paolo II, diventerà Beato.

“[….] Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! [….]” E’ il messaggio del suo inizio di Pontificato, del 22 ottobre 1978.

La “Centesimus Annus”, a cent’anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII, del 1891, è l’Enciclica Sociale che, più di altre, ha marcato il XX secolo indicando all’umanità che non ci sarà futuro se, con la globalizzazione dei mercati, non avverrà anche la “Globalizzazione della Solidarietà”.

“Jean Paul II”, è il nome che i giovani del Madagascar hanno voluto dare al VIM (Villaggio Impresa in Madagascar), centro per lo sviluppo e l’assistenza eretto nella città di Majunga. Nel 1999, prima del loro viaggio di ritorno in patria, dopo nove mesi di preparazione in Italia “per imparare a fare impresa”, il Papa ha voluto incontrare questi giovani per benedire la prima pietra, segno di un’attenzione particolare che Egli poneva per le persone che desiderano risollevarsi dalla situazione di povertà in cui sono nate e cresciute.

Giovanni Paolo II ha indicato la via e ci ha insegnato in modo comprensibile che la Pace richiede uno sviluppo equo e sostenibile e richiede l’abbattimento delle barriere che sono, prima di tutto, in ognuno di noi. Nessuno oggi mette in dubbio quanto la Sua opera abbia contribuito ad abbattere il muro (1989, Berlino) che divideva l’Occidente dall’Oriente europeo, come pure nessuno potrà mai dimenticare le sue esortazioni contro la guerra e per la riconciliazione, in un mondo diviso tra est ed ovest, tra nord e sud, tra ricchi e poveri. Egli ci ha detto che queste divisioni possono essere superate e che tutto ciò dipende da noi, dalla nostra volontà di accogliere l’altro, il diverso, e dalla capacità di saper valorizzare le differenze che sono in ognuno di noi.

La sua opera ci ha fatto comprendere quanto sia indispensabile diminuire le distanze tra Nord e Sud, quanto serva riscrivere nuove regole affinché poveri ed oppressi non abbiano a continuare una vita di miseria e di povertà. E’ lo stimolo più grande per non abbandonare il percorso intrapreso e per continuare ad impegnarci nel rinnovamento necessario, imposto dai tempi moderni.



Cordiali saluti.
Roma, 30 aprile 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 03/2011

“Per capire la crisi serve una laurea in buon senso”
Prendo lo spunto dal titolo di un giornale economico italiano (Alessandro Merli, Amici economisti, è vero ci abbiamo capito poco, Il Sole 24 Ore, 10.3.2011, n. 66, pag. 15) di questo mese per la mia riflessione, rinvigorito anche dalla lettura di un piccolo libretto (Florence Noiville, Ho studiato economia e me ne pento, J’ai fait h e c et je m’en excuse, Torino, Bollati Boringhieri, 2010) che un’amica mi ha regalato in questi giorni. In entrambi, nel primo con meno chiarezza, vengono messi in evidenza alcuni errori compiuti dagli economisti e dalle scuole economiche, prima e durante l’attuale crisi. Il libretto della giovane donna francese è molto esplicito e tende, come dice lei, a risvegliare le coscienze e, specialmente, tende a risvegliare coloro che dovrebbero insegnare esattamente all’opposto di quelle che sono state le convinzioni sulla base delle quali si è formato l’attuale sistema che starebbe, ormai, cadendo a pezzi. Senza dover confermare la condivisione di tesi che mi trovano assolutamente concorde non credo che la panacea di tutti i mali sia quella di condurre alla “ghigliottina” gli economisti, gli statisti, i docenti universitari e tutti coloro ai quali sarebbe facile sparare contro, specialmente ora che, neppure più loro persistono nella convinzione che passeranno indenni questa crisi. Ciò è motivato dal fatto, ormai assodato, che tutti siamo coscienti di non trovarci di fronte ad una crisi economica, più o meno passeggera, ma ad una vera e propria crisi valoriale che ha causato una frattura sociale e uno scollamento tra generazioni che sembra insanabile. Crisi valoriale che deve essere attribuita a tutti, “docenti e discenti”, anche se con responsabilità diverse. L’elemento incontrovertibile è rappresentato dai continui scontri, ormai quotidiani, ai quali dobbiamo assistere nelle rappresentazioni pubbliche, partendo da quelle televisive per arrivare alle aule parlamentari, dove solo i meno violenti fingono di capirsi reciprocamente ma, in realtà, pochi possono dire che si fidano degli altri e ancor meno che confidano negli altri. Di questa crisi valoriale non possiamo però, come “autorevoli” studiosi vorrebbero farci credere, condividere l’assunto di relegare le colpe della finanza e della speculazione internazionale al semplice ruolo di effetto negativo perché si cadrebbe nell’errore opposto di tramandare alla storia, ancora una volta, una descrizione errata della scelleratezza con la quale l’umanità intera (esclusa la maggioranza dei poveri che hanno subito cause ed effetti della crisi) ha saputo dissolvere ricchezza, anziché distribuirla in modo meno ingiusto. Da qui un invito a leggere e commentare libri ed articoli di giornale come quelli citati in modo da attivarci per poter partecipare a ricostruire insieme il futuro, per noi ed i nostri figli, partendo da cose molto semplici come il buon senso che tutti possiamo ritrovare quando ci poniamo nelle condizioni di assumere responsabilmente una partecipazione attiva alle profonde trasformazioni che i tempi attuali ci stanno chiedendo.

Cordiali saluti.
Roma, 31 marzo 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 02/2011

“PRIMAVERA”
Sfido chiunque a sostenere che la vita non sia influenzata dalle stagioni e dal tempo. Aprire gli occhi e guardare dalla finestra il sole che appare all’orizzonte, anticipatore di una splendida giornata, ci fa stare meglio. Esaminando il pianeta e le persone che lo popolano possiamo dire che nelle regioni polari generalmente si distinguono due stagioni: sole di mezzanotte e notte polare o, più semplicemente, estate ed inverno. Anche nelle zone tropicali si preferisce suddividere l’anno in due parti definendole stagione delle piogge e stagione secca, pure se è presente una stagione calda e una fredda. Per tutti gli altri le stagioni sono quattro e si alternano in modo diverso a seconda che si tratti dell’emisfero boreale o di quello australe. La primavera boreale inizia il 20 o 21 marzo (equinozio di primavera) quando nell’emisfero australe inizia l’autunno, mentre è seguita dall’estate (20 o 21 giugno – solstizio d’estate) per lasciare il campo all’autunno, il 22 o 23 settembre (equinozio d’autunno) e, infine, l’inverno boreale del 21 o 22 dicembre (solstizio d’inverno). Quando ero bambino attendevo con gioia l’arrivo della primavera: non ci si sarebbe più dovuti difendere dal freddo con le poche cose di fortuna che la mamma riceveva dalle persone buone per vestire noi figli: sono il terzo di una famiglia di cinque fratelli. Non so se sia solo quel ricordo a condizionarmi ma per me, ancora oggi, la primavera rappresenta il ritorno alla vita dopo il “letargo” dell’inverno che ha fatto seguito all’autunno, quando tendiamo ad assopirci nell’ultimo tepore delle giornate, con il sole tenue che tramonta lentamente all’orizzonte. Per noi italiani l’autunno economico è iniziato nel settembre del 2008, quando abbiamo incominciato a renderci conto che molte cose stavano cambiando e che la storia avrebbe portato via con sé quelle certezze che, dopo gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del secolo scorso, costruiti sulla crescita e sullo sviluppo, pensavamo non ci avrebbero mai abbandonati. In altre parti del mondo, come negli USA, già dal 2006-2007 si stavano facendo i conti con la “bolla immobiliare” e con i fallimenti di banche e dell’intero sistema finanziario. Anche i governanti del mondo, coloro che tra le proteste dei giovani (i primi ad accorgersi quando le cose non vanno) partecipavano agli incontri internazionali variamente denominati G7, G8, G20 e via dicendo, non possono sostenere di non essersene accorti prima di noi e si vuole credere che abbiano finto per non diffondere il panico, cercando di minimizzare ciò che oggi è palese a tutti. La gente comune è sbigottita di fronte alla diversa rappresentazione degli avvenimenti; ciò che per alcuni è disgustoso per altri è semplicemente normale. Tutto però è frutto di quel degrado umano e morale che ci sta accompagnando dagli inizi degli anni Novanta. Mentre, però, fino a poco tempo fa tutto questo rappresentava una sorpresa ed era motivo di una qualche attenzione, ora siamo di fronte a segnali inequivocabili di cambiamento e la gente sembra sufficientemente satura e pronta a risvegliarsi per scrivere quel pezzo di storia che sempre ha permesso ad interi popoli e civiltà di risollevarsi. Non stiamo parlando solo di una nuova stagione politica, economica, sociale, organizzativa, internazionale ecc., ma di una nuova stagione umana. Quella stagione che ci permetterà di vivere in modo nuovo, dimenticando il rigido inverno che ha fatto seguito al tepore autunnale. Siamo tutti stanchi di ricordarci come eravamo, così come siamo stanchi di scoprire tutti i giorni quanto siano brutte la sofferenza della contrapposizione ideologica e dell’aggressione reciproca. Ciò non significa che immaginiamo un mondo di giovani che rinunciano a gridare il proprio dolore e che rinunciano a manifestare le proprie idee. Non immaginiamo un mondo incapace di cacciare i dittatori, anzi crediamo sia giunto il momento nel quale le grandi trasformazioni verranno favorite per essere positivamente vissute. Crediamo che stia arrivando la Primavera perché non il solo tempo astronomico ma quello storico, quello necessario a tutti noi per comprendere il nuovo, è utilmente trascorso. Abbiamo imparato la lezione, agevolati dal facile accesso alla conoscenza, straordinario risultato della rivoluzione tecnologica, alla quale ormai gran parte dell’umanità non può più sottrarsi. I frutti sono ormai maturi nonostante il lavoro dei potenti reazionari che hanno utilizzato tutti gli strumenti a loro disposizione per mantenerci, il più a lungo possibile, sopiti su noi stessi. Quando mai nella storia dell’umanità il ricco non ha abusato del povero? Ma in questa stessa storia scopriamo che le rivoluzioni servono proprio a sovvertire l’ordine precostituito, servono ad annullare le grandi ingiustizie sociali. Le rivoluzioni, quasi sempre, portano con sé sofferenza, morte, sopraffazione e degrado. Qualcuno dice che ciò deve ancora avvenire. Qualcuno dipinge prossimi scenari apocalittici di sommosse di piazza, di guerre civili, di guerre di religione, di guerre di civiltà. Io credo invece che molte cose negative siano già avvenute e che oggi basta lasciarsi trasportare dalla Primavera che sta arrivando. Quanti milioni di bambini sono morti per fame e sete nel mondo in questi anni? Quanta miseria e povertà i nuovi mezzi di comunicazione ci hanno permesso di vedere tutti i giorni? Quanto degrado morale e umano di persone che ci governano, che poco prima erano nascoste dal velo dell’indifferenza e della codardia? Ebbene amici, sta arrivando il tempo di andare oltre, di superare quelle logiche che ci tenevano appisolati durante l’autunno e “assenti” durante il gelido inverno. È il tempo di mettere in campo la nostra fantasia, di rendere manifesta quella solidarietà globalizzata che, indicata dai Padri del secolo scorso, è ormai comprensibile a tutti. Superiamo gli schemi classici che imponevano modi di misura del vivere insieme ormai obsoleti. Il PIL, il debito pubblico, la crescita o la decrescita, l’utilizzo smisurato delle risorse, i disequilibri sociali si superano solo se ognuno pensa al bene comune, quello che può fare a se stesso, che può fare alla propria famiglia e che può fare alla società intera, con la sua azione quotidiana. Basta rinunciare ad essere sé stessi, basta rinunciare ad essere imprenditori, operai, professionisti, politici, missionari, docenti, magistrati, impiegati, medici, casalinghe, madri e padri premurosi! Basta rinunciare ad essere figlie e figli, riprendiamo la gioventù che è in ognuno di noi. L’inverno sta per finire ed è all’orizzonte la Primavera. Non sono certo i 20 giorni meteorologici che possono fermarci, addormentati sul nostro passato. Il nuovo avanza inesorabilmente, ….. avanziamo con lui.

Cordiali saluti.
Roma, 28 febbraio 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 01/2011

“Creare ricchezza merita apprezzamento almeno quanto distribuirla”
Sotto il tema capitalismo e beneficenza, in questi giorni, l’autore di un articolo di giornale si poneva una domanda, a cui dava la sua risposta: “Il vero filantropo? Chi fa profitti.” Il giornalista, sulla base del principio “chi ha avuto tanto dalla vita dovrebbe sentirsi obbligato a fare qualcosa per gli altri”, prendeva lo spunto dall’iniziativa filantropica di Bill Gate e di altri magnati per porre a confronto l’abilità di produrre ricchezza con la capacità di distribuirla, arrivando alla conclusione che difficilmente Bill Gate, da filantropo, potrà contribuire di più al benessere sociale di quanto non abbia fatto da imprenditore. L’articolo poneva l’attenzione su coloro (i molti) che immaginano che creare ricchezza non meriti almeno lo stesso apprezzamento sociale di coloro che si dedicano a distribuirla. Dispiace solamente che l’autore mettesse ancora l’accento sul “senso di inferiorità dei capitalisti”, dimostrando di appartenere ad una società ormai incapace di svincolarsi dai luoghi comuni, tipici del declino attuale che il Santo Padre, Benedetto XVI, e molti altri paragonano a quello della caduta dell’impero romano. Ebbene, io credo che oggi serva essere uomini nuovi, capaci di prospettare un futuro migliore in quanto liberi da ideologie appartenenti al passato, e penso anche che il capitalismo non possa essere considerato benefico o, all’opposto, un modello demoniaco da ripudiare. Solo con questa impostazione potremo comprendere che, se l’uomo è costretto a vivere una parte della propria vita per accumulare, a volte trascurando l’attenzione al bene comune, mentre solo in un secondo tempo può trovare i motivi ideali per distribuire la ricchezza eventualmente realizzata, il genere umano non è poi così evoluto come a volte si vorrebbe far credere. Tutto ciò ci indica anche che, se l’uomo si fosse preoccupato di usare criteri solidaristici (quelli che permettono di guardare al futuro con lungimiranza) pure nella fase della creazione della ricchezza, avrebbe potuto massimizzare non solo l’utilità personale, ben curata nel periodo dell’accumulo, ma si sarebbe accorto che la realizzazione del bene comune non rappresenta un limite ma una valorizzazione, specialmente nell’applicazione dei principi di efficienza ed efficacia tipici della migliore gestione aziendale. Si sarebbe accorto che avrebbe potuto coinvolgere un numero molto maggiore di persone, indicando loro metodi nuovi e più efficienti, affinché il medesimo luogo di accumulo potesse contestualmente diventare luogo di distribuzione. Certo, in questa maniera avrebbe dovuto rinunciare alla considerazione sociale di essere additato come un benefattore, ma il fine non dovrebbe essere quello di avere il plauso dei propri simili ma di creare le condizioni affinché la globalizzazione del mercato possa condurre, in modo più rapido, alla globalizzazione della solidarietà. Punto di arrivo irrinunciabile se vogliamo attenderci un miglioramento delle condizioni di vita nel pianeta.

Cordiali saluti.
Roma, 31 gennaio 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 12/2010

Prima della “Sacralità” del Lavoro c’è la “Sacralità” della Vita
Nel mio precedente comunicato ho accennato alla “sacralità” del Lavoro, anticipando un ragionamento più articolato che affronterò nel mio libro di prossima pubblicazione, dove tratterò l’argomento dei fattori produttivi: Terra, Capitale, Lavoro e Conoscenza. Spesso mi chiedo perché molte persone immaginino un mondo alla deriva, senza alcuna prospettiva e senza speranza; ritengo che queste cadano inesorabilmente in errore, perché manca loro il presupposto della “sacralità” della Vita. La Vita è un Dono che ci è stato concesso da un Dio il cui unico riferimento è l’Amore verso coloro che ha generato. Accogliendo questo assunto, a me sembra diventi più facile comprendere i fenomeni che ci circondano senza lasciarsi prendere dalla disperazione e senza lamentarsi perché più sfortunati rispetto a coloro che hanno vissuto nei secoli passati. Molti studiosi prefigurano non ben definite catastrofi sociali sostenendo che il debito sovrano (quello dei Paesi Occidentali) sarà l’elemento determinante e che è indispensabile riavviare la crescita della produzione e dei consumi. Inneggiano ad una nuova forma di schiavitù collettiva dove un mondo di dannati sarebbe costretto a rincorrere l’evoluzione economica perché diversamente verrebbero meno i rapporti solidali tra generazioni. La solidarietà per costoro appare costituita dall’entità del conto in banca ovvero, all’opposto, dall’entità del debito che i genitori lascerebbero ai propri figli alla fine della loro vita. La cultura, il senso di responsabilità, i sentimenti ed i valori che legano le generazioni tra loro non vengono presi in considerazione, specialmente quando si dice che l’Italia sarebbe un Paese pronto a collassare perché il debito pubblico è sproporzionato rispetto al PIL. Anche il confronto con Paesi diversi non rende ragione del perché avrebbe più probabilità di fallire un piccolo Paese con un modesto debito pubblico rispetto agli USA, che invece ne hanno uno enorme. Analisti, esperti ed economisti intanto sono chiamati a vendere le loro teorie nella logica mercantilistica di un confronto globale, nel quale da troppo tempo il consumatore non è più sovrano grazie all’avvento del consumismo, frutto della medesima dottrina poco curante della sacralità del Lavoro ma, ancora meno, della sacralità della Vita. Anche per un ragazzino che negli anni Sessanta o Settanta in Italia frequentava i primi corsi di ragioneria era facile capire che il debito deve trovare riscontro con l’attivo patrimoniale costituito dai beni materiali e da quelli immateriali a disposizione. Certamente i ricavi, ovvero la capacità produttiva (il PIL nel nostro caso), rappresentano un fattore importante, ma non possono essere l’unico punto di riferimento, specialmente se parliamo di Stati e di Popoli. Molti sono gli elementi di positività che non possono sfuggire, tra i quali è fondamentale la capacità degli uomini di accettarsi come diversi, parte di un patrimonio umano incommensurabile. Se non bastasse, possiamo parlare anche del patrimonio storico e culturale costituitosi nei secoli e ci accorgeremo come sia evidente la deviazione per cui l’unico bene di confronto sarebbe il denaro, ovvero la capacità di emettere moneta nonché la capacità di far lievitare a piacere i cambi da parte dei Paesi più potenti, a danno dei più poveri. In questa prospettiva come non dare rilievo al patrimonio storico-artistico detenuto dall’Italia, a mezzi di trasporto e di comunicazione efficienti, a infrastrutture, che se anche continuamente poste in discussione, nulla hanno a che vedere con quelle degli anni Cinquanta o con quelle di altri Paesi che pure sono accolti nella Comunità Europea? Come non riconoscere che gran parte delle famiglie italiane detengono un’abitazione di proprietà? Come non accorgerci che 2.700 anni di storia ci impongono di onorare le straordinarie generazioni che ci hanno preceduto e che hanno accolto tante genialità, senza rinnegare le sfide imposte dalla modernità e, per noi ora, dalla globalizzazione. È evidente che dobbiamo abituarci a mutare il nostro punto di vista, con l’obiettivo di ritrovare quella solidarietà che ci permetterà qualsiasi riscatto e ci renderà liberi nella misura in cui sapremmo ritornare, come genitori, ad accudire ed educare amorevolmente i nostri figli, e come nuove generazioni a prendersi cura dei propri genitori anziani, senza tralasciare l’attenzione ai più poveri che vivono vicino a noi e a coloro che, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, possiamo conoscere, anche se lontani. Questo è un modo per ritornare a rispettare la sacralità della Vita, che ci permetterà di ritrovare forme di convivenza più libere, meno violente e orientate al bene comune, il quale non potrà mai essere il risultato della diminuzione del bene personale, come molti, incapaci di “vedere” perché ammaliati dal denaro e dalla speculazione, oggi vorrebbero farci credere. A me sembra questa una prospettiva e un augurio per un felice 2011 da costruire insieme.

Cordiali saluti.
Roma, 31 dicembre 2010
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 11/2010

Lo stupore dell'ultimo viaggio
Alla fine di questo mese di novembre sono rientrato dal mio ultimo viaggio in Madagascar. Non racconterò delle emozioni provate nell’incontro con le molte persone o degli straordinari tramonti e delle notti di luna piena fitte di conversazioni e pensieri ma solo dell’idea centrale che ho potuto fissarmi dopo le riflessioni fatte con Candide, il medico, madre di quattro figli, responsabile per l’Africa del nostro Movimento.
Da ogni parte si dice che le società occidentali siano malate a causa della progressiva perdita dei punti di riferimento valoriali che le sostenevano. Sembriamo essere tutti coinvolti in un’economia finanziarizzata dove la speculazione ha il peso predominante. Non più l’economia reale dove il lavoro è considerato un valore. Non più un rispettoso equilibrio basato sulla fiducia reciproca tra i risparmiatori e le banche, le quali adempivano alla loro funzione sociale, favorendo gli investimenti e uno sviluppo che si alimentava di nuovi mezzi strumentali e di infrastrutture via via più moderne ed adeguate. Ora tutto si misura con i soldi e con la capacità di appropriarsene, considerandoli fine a sé stante. E anche tra la gente comune si percepisce un senso di smarrimento determinato dalla mancanza di una qualsiasi prospettiva per il futuro.
Ma se guardiamo al resto del mondo, pur confermando la mia tesi che ci vuole tutti impegnati a ripartire dai Paesi in via di sviluppo per ricostruire una nuova economia dal “volto umano” non posso tuttavia nascondervi che il fenomeno degenerativo sul valore dei soldi ha coinvolto pure i Paesi poveri. L’unica differenza sta forse nelle opposte proporzioni: mentre nei Paesi occidentali l’80% della popolazione pensa prioritariamente ai soldi e il 20% è costretto a sopravvivere per le ristrettezze economiche conseguenti alla crisi internazionale, tale percentuale può approssimativamente considerarsi invertita nei Paesi in via di sviluppo.
È significativo riportare quanto affermato da un giovane infermiere malgascio che ha da poco realizzato buoni successi in ambito commerciale, il quale afferma: “Quando penso ai soldi che crescono nel mio conto in banca, provo più piacere che far l’amore con la mia donna”. Per fortuna la giovane donna ha avuto il coraggio di prendere la decisione di lasciarlo.
Sembra che anche la proverbiale solidarietà tra persone povere stia venendo meno, almeno nelle città e nella loro immediata periferia. È il segno dei tempi ma è anche la conferma che serve urgentemente ritrovare la via maestra del lavoro e dello scambio vicendevole delle conoscenze acquisite per poter riavviare quel processo virtuoso che sembra essere la strada imboccata dai Paesi emergenti come la Cina, al fine di non ritrovarci schiavi gli uni degli altri perché costretti a vivere di elemosina o di aiuti internazionali che, molte volte, si sono rappresentati come veri e propri strumenti di sottomissione di intere comunità e popoli.
La crisi economica può diventare “provvidenziale” nella misura in cui saremo in grado di ritornare a guardare al futuro con fiducia nei nostri mezzi e nei nostri figli, ridando al lavoro quella “sacralità” perduta nel tempo. È stato questo l’elemento principale che ha permesso al popolo veneto di avviare lo sviluppo in modo esemplare attraverso la nascita e la crescita di numerose piccole e medie imprese familiari, motore autentico del riscatto dalla povertà e dalla disperazione causate dal secondo conflitto mondiale della prima metà del secolo scorso.

Cordiali saluti.
Roma, 30 novembre 2010
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 10/2010

Ed ora la De-Tax per l’Europa
Agli osservatori che non appartengono alla categoria degli “economisti-banchieri” non sfugge la politica dei piccoli passi portata avanti in Europa dal Ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti. Uno dei pochi “veri governanti” che ha compreso che il sistema finanziario e le banche devono ritornare al ruolo che è loro proprio, per una “meno ingiusta” economia di mercato, dove il denaro possa essere ancora considerato uno strumento di scambio e non il fine, come voluto invece dai grandi speculatori internazionali e come ormai entrato nelle logiche quotidiane di tutti noi. Così, dopo lunghi mesi di paziente lavoro, con soddisfazione possiamo vedere che l’Europa sembra accettare di includere il debito privato (quello di famiglie, di imprese non finanziarie e di imprese finanziarie) nel calcolo dell’indebitamento per rapportarlo al PIL (prodotto interno lordo). In tal modo la Commissione Europea non solo potrà verificare e rendere manifesto che l’Italia non è la meno “virtuosa”, come molti Paesi vorrebbero far credere, ma potrà evitare ai Paesi africani e ad altri Paesi che stanno avviandosi ad aggregazioni politico-economiche sul modello UE, di commettere gli stessi errori fatti dai nostri Stati occidentali. Tutti sappiamo, infatti, che l’utilizzo di dati errati comporta politiche economiche imposte ai Paesi in modo iniquo, e ciò è la logica conseguenza del predominio dell’economia, esageratamente speculativa, sulla politica. Solo un cammino culturale rispettoso dell’uomo e di uno sviluppo equo e compatibile può condurre l’Europa ed il mondo intero a superare l’attuale crisi economica che è, prima di tutto, crisi valoriale e crisi umana specialmente di coloro che, detenendo il potere, si oppongono a qualsiasi cambiamento che l’attuale situazione imporrebbe. Sono conquiste come quelle del Ministro italiano che, a piccoli passi, porteranno l’Europa ad adottare la De-Tax, affinché alla cultura delle regole, da far osservare sempre ai più poveri, sia contrapposta la cultura della solidarietà. Non solo la Tobin-Tax dunque, ormai accettata anche dai banchieri, propagandata come efficace rimedio contro la speculazione internazionale, ma un processo di trasformazione e rinnovamento dell’intera società. Serve favorire comportamenti capaci di motivare le persone nei loro semplici gesti quotidiani come quello del fare la spesa, scegliendo i “negozi etici” che concedono lo sconto dell’1%, purché questo possa essere utilizzato da coloro che dispongono di minori risorse economiche. Nessuna imposizione ma gesti di solidarietà liberi ed in grado di mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità, partendo dall’imprenditore, che in questo modo potrebbe ritornare ad essere compreso nella sua vera funzione sociale di “primo operatore dello sviluppo”. Nel libro “La Paura e la Speranza” (Milano, Mondadori, 2008, pp.109-110) il prof. Giulio Tremonti, tra i punti che ritiene sostanziali per un positivo cambiamento, scrive: «Introdurre la detax (DT), per dare speranza all’Africa. La DT […] funzionerebbe così: - tutti i soggetti che, sul mercato, vendono beni e servizi (negozi, supermercati ecc.) possono liberamente attivarsi per sviluppare o aderire a iniziative etiche, private o pubbliche, speciali o generali, nazionali o internazionali (lotta a fame e malattie, sostegno allo sviluppo, ecc.); - se lo fanno, possono offrire ai propri clienti uno sconto dell’1% sul prezzo dei loro beni o servizi, a condizione che il cliente trasformi lo sconto in un’offerta, con una sottoscrizione a favore di una tra le iniziative in cui si è impegnato l’imprenditore».

Cordiali saluti.

Roma, 31 ottobre 2010
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 09/2010

Saper apprezzare le diversità dei Paesi nei quali viviamo grazie alla “democrazia della globalizzazione” che le rende visibili

Ormai abbiamo compreso che le fonti energetiche sono tra gli elementi che più hanno condizionato e condizionano la vita nel pianeta. E’ per questo che tutti pensiamo che il petrolio potrebbe essere sostituito con fonti alternative anche se non è facile, specie in periodi di grandi difficoltà economiche come questi, nei quali la speculazione ha il sopravvento sul lavoro e su ogni forma di attività. La finanziarizzazione dell’economia rappresenta la conseguenza più evidente di tale aberrazione alla quale si è giunti dopo un processo di globalizzazione che tutti pensavamo aver studiato e capito anticipatamente. Neppure il rapporto sinergico che ci lega gli uni agli altri e che condiziona tutti i popoli della Terra tra loro sembra essere compreso totalmente. In questa situazione, nel tentativo di reperire nuove fonti energetiche meno inquinanti, ci si deve anche dare ragione che i Paesi che hanno investito risorse ingenti per agevolare il processo di sviluppo originato dalla Rivoluzione Industriale (XVIII secolo) non possono oggi che cercare di far sopravvivere più a lungo possibile gli effetti positivi di questa loro scelta economica: l’estrazione e la lavorazione del petrolio. E’ per questo motivo che tutti coloro che desiderano partecipare alla costruzione di un mondo migliore non devono pensare che solo la scoperta di energie alternative, più o meno ecologiche, sarà la panacea per risolvere tutti i problemi dell’umanità. Serve concentrarsi su ogni prospettiva che sia più vicina alla vita delle persone e che permetta di orientare l’agire economico ad un maggiore equilibrio tra Paesi poveri e Paesi ricchi, ritrovando il giusto rapporto tra mezzi e fini e riportando il denaro al suo ruolo di strumento di scambio, detronizzandolo dalla prospettiva di bene in se stesso. Prospettiva che l’ha reso mezzo di sopraffazione e di potere, capace di alimentare ogni forma di corruzione e di conseguente degrado umano e sociale. Dobbiamo ritornare a considerare l’arte, la cultura e le bellezze naturali, elementi indispensabili alla vita delle persone per cambiare radicalmente quella visione che ci ha fuorviati e per ritrovare i motivi che rendono piacevole la vita comunitaria con l’individuazione di specifiche ricchezze che abbondano “naturalmente” in ogni singolo Paese. Per realizzare tutto ciò è sufficiente saper raccogliere i frutti che germogliano a casa propria in modo che l’umanità, nel suo complesso, abbia a disperdere meno energie possibili nel percorso di realizzazione di quella “Pace” che ormai tutti individuiamo in un sano sviluppo dei popoli e nella prospettiva di vita senza grandi sofferenze individuali e di gruppo. La prova si ha nella ricerca continua di sottoscrizione di accordi e programmi indirizzati a diminuire la povertà, considerata la maggior causa di degrado e di disperazione, in molte parti del mondo. Ecco allora che le diversità che caratterizzano tutte le persone della Terra diventano diversità di un Paese rispetto all’altro. Parlando dell’Italia, se è vero che contiene più della metà delle ricchezze “artistiche” del pianeta, si dovranno concentrare maggiori sforzi per renderle visibili verso tutti gli altri Paesi al mondo. Il vero “petrolio” italiano diventa, quindi, l’arte con la sua straordinaria carica di bellezza e con la capacità di creare ricchezza economica tanto da garantire le risorse da destinare alla ricerca e allo studio e migliorare le conoscenze ed il progresso tecnologico, così da partecipare attivamente alla gara planetaria per rendere attuale uno sviluppo sostenibile ed eco-compatibile. Guardiamo il Madagascar, uno dei molti Paesi in via di sviluppo: chi vorrà visitare le sue bellezze naturali, incontrare la sua straordinaria gente e comprendere le peculiarità della mescolanza di razze ed etnie non può che raggiungere o dedicare la propria attenzione a quel Paese, collaborando al miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti. Ecco quindi la prospettiva di un nuovo equilibrio planetario dove tutti i Popoli si aprono alle persone di altri Paesi per condividere una crescita comune in un moderno “viaggio” nello sviluppo compatibile, capace di migliorare le condizioni di vita di tutti. Si porrebbe fine, o verrebbe molto limitata, la logica inumana della sopraffazione e della prevaricazione personale e di popoli verso altri, frutto dell’attuale colonizzazione economica, con l’accettazione delle diversità, conosciute e valorizzate grazie alla nuova “democrazia della globalizzazione”.

Cordiali saluti.

Roma, 30 Settembre 2010
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 08/2010

Carissime amiche ed amici,

mentre molti si chiedono se la crisi stia finendo, se possiamo guardare avanti con le stesse certezze che avevamo prima del 2008, se i grandi della terra sapranno inventare qualcosa di nuovo, diverso dai “derivati”, per permetterci di superare le difficoltà di oggi e guardare al futuro con maggiore sicurezza, io cerco di capire se l’umanità abbia deciso di riprendersi da quel torpore che l’ha fatta giungere al degrado attuale. Sto cercando di comprendere se devono passare ancora molti mesi o molti anni affinché coloro che sgomitano per dirigere le folle dal mondo della politica possano acquisire gli strumenti per poterlo fare meglio di oggi.

Dedico del tempo per scrutare il mio territorio dalle colline prealpine del Veneto e mi accorgo che i nostri genitori e la nostra generazione hanno creato delle cose stupende: una miriade di case contornate da verdi giardini, campi coltivati a viti e ad altri prodotti di grande redditività. Non ci sono grattacieli e strutture fuori posto. Tutto è nato ed è cresciuto senza un piano regolatore complessivo, anche se il Veneto può essere paragonato ad una città metropolitana. Circa cinquemilioni di persone popolano questo territorio e ci si può chiedere quale sia stato l’architetto che ha saputo disegnare tutto questo in modo così armonico. Nessun architetto ma tante madri di famiglia, tanti padri e figli educati alla generosità e alla solidarietà. Famiglie, imprese familiari, modelli di sviluppo applicati e studiati in ogni parte del mondo. La devozione contadina, le chiese in ogni villaggio a significare quanto la religione, la morale e l’etica siano appartenute ad un mondo contadino, divenuto a poco a poco artigiano, commerciante ed industriale. La parola industriale era poco amata un tempo, perché appariva un modo di fare impresa che violentava la bellezza dei luoghi. Ed ecco nascere l’area di Schio, la “Milano veneta”, senza però assorbire le peculiarità delle città più significative come Padova, Verona, Vicenza ed altre.

Poi la fine degli anni Novanta, la globalizzazione, il frantumarsi della famiglia, le separazioni, i divorzi, le difficoltà nei passaggi generazionali d’impresa, la speculazione ad ogni costo, la degenerazione della politica che si mostra come modello di corruzione e di affarismo personale e di gruppo, il potere dei burocrati, la perdita del senso di responsabilità individuale, le forme organizzate per la sopraffazione dei più deboli, i manager d’impresa che si attribuiscono cifre folli che non permettono loro, e a tutti gli altri, di comprendere più il valore del lavoro e della sua retribuzione, la dimenticanza dei popoli che soffrono fame e sete.

Un fenomeno degenerativo che ha condotto i giovani a non credere più in niente. L’unico loro obiettivo è avere sempre di più e nel più breve tempo possibile. Qualcuno dice che rispondano esattamente alla legge aurea dell’economia che impone il maggior risultato col minor sforzo possibile. Così non è, perché i nostri giovani non hanno neppure il tempo e la voglia di gustarsi ciò che ricevono, per lo più, senza fatica alcuna. Vogliono subito andare oltre. Qualsiasi cosa li soddisfa per poco tempo, perché non è più il risultato di un sogno inseguito a lungo, ma il frutto di un desiderio appagato subito dopo essere sorto.

Ieri non si sentiva parlare di etica, perché veniva applicata in ogni momento della vita, anche senza conoscerne il significato. Oggi tutti la invocano, basta leggere qualche giornale, assistere a qualche dibattito e frequentare coloro che vorrebbero imporsi all’attenzione del mondo, ancora una volta, forse, per confondere un’umanità già abbastanza disorientata. Sono nate le banche etiche, le imprese etiche, le organizzazioni etiche, come se banche, imprese e organizzazioni potessero operare senza un riferimento etico. Come se le altre banche e le altre imprese potessero essere presenti nel territorio, tra la gente, nel mondo dei consumi, senza avere come primo obiettivo il bene comune. È solo la strada maestra del bene comune che può condurre il singolo, il collaboratore d’impresa, lo studente, l’imprenditore, l’insegnante, il prete e tutti gli altri, alla realizzazione del bene personale, di quello della propria famiglia e del proprio gruppo, della propria città, del proprio Paese e del mondo intero.

Cordiali saluti.

Roma, 31 Agosto 2010

Tullio Chiminazzo





·       A tutte le Persone impegnate nella costruzione di una Società migliore

·       A tutti coloro che partecipano responsabilmente alle attività delle “Scuole del Movimento”

 

COMUNICATO 07/2010

 

Carissime amiche ed amici,

di ritorno dall’Australia dove, dal 22 al 25 luglio 2010, si è celebrato il V Forum mondiale Nord - Sud

“Harmonia Mundi – Integrità Culturale e Sviluppo Sostenibile”

desidero condividere con quanti non hanno potuto partecipare gli aspetti più significativi:

 

-       Abbiamo avuto l’opportunità di sentire e di comprendere chi è l’Aborigeno. Quali sono le sue tradizioni, i richiami storici ai quali fa riferimento e le sue prerogative. Perché gli Aborigeni rivendicano la proprietà (non quella che deriva dal diritto napoleonico del 1804, che forse non conoscono), la loro identità e perché si ritengono emarginati a casa propria. Quali siano gli elementi determinanti che impongono loro il diritto/dovere di rivendicare la propria Terra, la Natura e le proprie Origini. Si sono susseguite le testimonianze di giovani aborigeni, provenienti pure da altri continenti, nei quali stanno portando avanti una propria pacifica forma di rivendicazione, dove l’Europa, il vecchio continente, rappresenta un’eccezione perché ancora abitata da coloro che possono contare su una storia millenaria e dove si può affermare che l’“aborigeno” non è minoranza. Anche gli aborigeni anziani, i veri depositari della tradizione tramandata, molto rispettati dai giovani, sono intervenuti raccontandosi e creando una particolare emotività sia attraverso la rappresentazione di riti e gesti sacrali sia attraverso la rivendicazione legale e la rappresentazione, non solo simbolica, di “Sandon Point Aboriginal Tent Embassy”.

 

-       Abbiamo potuto mettere a confronto tutto ciò con la modernità rappresentata dalla visita alle città di Sydney e di Melbourne, nelle quali si gode di un ordine apparente e della convivenza pacifica tra persone di tutte le razze e dove l’unico accenno di crisi economica è sostenuto da professionisti capaci di porre a confronto le realtà della PMI con quella dei grandi gruppi imprenditoriali che, a loro dire, sarebbero molto più favoriti dal Governo in carica rispetto al precedente. La gente appare vivere bene assieme in uno scorrere quotidiano, dove gli affetti e le relazioni non appaiono mai tuttavia profonde, salvo che all’interno delle mura domestiche, dove comunque la vita sta cambiando anche qui, nel rapporto familiare tra genitori e figli e nel rapporto tra coppie, che sempre meno, in età giovanile, assumono l’impegno matrimoniale reciproco.

 

-       Abbiamo potuto rappresentarci nell’immaginario le origini del fenomeno migratorio che ha dato il via alla modernità che rappresenta l’Australia, il “Paese Giovane”. Ciò è avvenuto con la visita alla Città di Ballarat, località che ospita milioni di turisti desiderosi di comprendere come i propri avi abbiamo potuto sviluppare quella modernità che ha generato l’attuale società del benessere. La presenza di una miniera d’oro dismessa e l’attività paesana, puntualmente ricostruita con bambini e adulti che, in costumi dell’epoca, la popolano e vi svolgono attività economiche e di servizio per i visitatori, rappresentano un ottimo esempio di quell’idea di “Scuola-Impresa” che da sempre il nostro Movimento riterrebbe utile realizzare affinché possano tramandarsi ai giovani non solo la cultura e la storia ma anche le gesta e la manualità sapienziale.

 

Rinnovo l’invito allo scambio di idee anche attraverso il Blog, nel mio sito www.tulliochiminazzo.it.

 

Cordiali saluti.

Roma, 31 Luglio 2010                                                           

Tullio Chiminazzo





·      A tutte le Persone impegnate nella costruzione di una Società migliore

·      A tutti coloro che partecipano responsabilmente alle attività delle “Scuole del Movimento”

 

COMUNICATO 06/2010

 

Carissime amiche ed amici,

fra venti giorni celebreremo a Wollongong – Sydney, in Australia, il V Forum Mondiale Nord – Sud dal titolo

 

“Harmonia Mundi – Integrità Culturale e Sviluppo Sostenibile”

 

Italia, Europa, Americhe, Africa e Australia: è la responsabilità di un cammino verso il quale ci siamo impegnati nei primi anni ’90, quando gli incontri fecondi di alcuni “uomini di buona volontà” davano l’avvio a quello che sarebbe diventato il Movimento Mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”.

 

La necessità di andare verso l’altro per incontrarlo nella sua diversità è ideale immutato, allora come oggi, nel momento in cui l’intera società appare smarrita di fronte a difficoltà e problematiche frutto del limite umano e risultato dell’accettazione di una proposta massificante e consumistica, la quale sembra aver fatto momentaneamente perdere quei riferimenti valoriali che hanno condotto la società, nei secoli, fino ai giorni nostri.

 

Imprenditori, studiosi, ricercatori, professionisti sono uniti nell’iniziativa delle Scuole di Etica ed Economia dal comune intento di voler vivere in una società planetaria stabile, dove il radicamento nell’appartenenza sia opportunità per il confronto e lo scambio, non sprofondamento localistico”.

 

E’ questa la parte centrale del Documento Finale del 1° Forum Mondiale Nord – Sud del maggio 2001. Appartiene alla nostra storia che continuerà nel continente australe, per adempiere quella missione che ci siamo proposti, alla ricerca di soluzioni per costruire un mondo migliore, nel quale lo sviluppo, a servizio dell’umanità, possa darci la gioia di contribuire a diminuire le prevaricazioni verso i più poveri, i più deboli e gli indifesi.

 

Riprendiamoci il tempo per riflettere con spirito di accoglienza, certi che lo stupore per il nuovo ci pervaderà nella concretizzazione di un’esistenza migliore e straordinariamente orientata al bene e al bello.

 

Rinnovo l’invito allo scambio di idee anche attraverso il Blog, nel mio sito www.tulliochiminazzo.it.

 

Cordiali saluti.

Roma, 30 giugno 2010                                                                                  Tullio Chiminazzo





 

·      A tutte le Persone impegnate nella costruzione di una Società migliore

·      A tutti coloro che partecipano responsabilmente alle attività delle “Scuole del Movimento”

 

COMUNICATO 05/2010

 

Carissime amiche ed amici,

 

Diventiamo attori della possibile rivoluzione pacifica

Due mondi si stanno contrapponendo in modo sempre più evidente: da una parte i Paesi Occidentali coinvolti da una crisi economica prevedibile ed evitabile ma che, frutto dell’egoismo dell’uomo, non poteva che portarci alle attuali conseguenze. Dall’altra i Paesi in via di sviluppo che, incapaci di rialzarsi da soli, sono ancora indecisi sulla scelta da compiere. Ci rinnoviamo nel solco delle tradizioni e della cultura che ci contraddistingue, aiutandoci reciprocamente in un disegno di solidarietà collettiva, o continuiamo a tendere la mano in modo che qualcuno si possa salvare, lasciando gli altri, la maggioranza, nell’indigenza e nella povertà?

Il tempo passa e si ha notizia di qualche disastro ambientale, frutto della medesima incuria e sete di denaro di coloro che governano il mondo attraverso l’economia, senza esserne legittimati. Oltre ai numerosi focolai di guerre civili e di promesse guerre tra nazioni il tempo scorre inesorabile e la storia riempie la sua pagina bianca tra lamentele e informazioni di avvenimenti i cui effetti si bruciano nel giro di qualche ora. La rivoluzione, non solo economica, che sta procurando la Conoscenza ormai accessibile a molti Paesi nel mondo è percepita da tutti.

Ai Paesi Europei sono serviti circa due anni prima che i loro governanti incominciassero ad ammettere che serve cambiare rotta. Ricordo che a settembre del 2008, all’inizio di una crisi dai contorni indefiniti, la maggiore preoccupazione di coloro che ci governavano era quella di non diffondere il panico e di sostenere l’economia alimentando i consumi, in un gioco al massacro dove il consumismo ha continuato ed ancora continua a fare le sue vittime. I derivati ed i titoli tossici, come altri elementi di pericolosità economica, continuavano e continuano a distruggere risorse, per fortuna solo virtuali.

Finalmente l’Europa si sta svegliando dal sonno profondo in cui era precipitata e tutti i governanti hanno incominciato ad imporre ai propri cittadini politiche di rigore e di contenimento della spesa pubblica. La spesa privata si autoregolamenta da sola in quanto la maggioranza dei cittadini è costretta a fare i conti con limitate risorse che non permettono di arrivare tranquillamente a fine mese.

L’Italia, attraverso il suo Ministro dell’Economia, sta assumendo il ruolo che le compete: ha guidato e sta guidando la politica di rigore moderato, anche in forza della sua millenaria storia, che la pone, di diritto e con dovere, esempio di saggezza e lungimiranza. L’impero romano non può aver governato per oltre mille anni senza lasciare il segno. Anche le origini cristiane dell’Europa e la funzione assunta dall’Italia nel secondo dopoguerra del secolo scorso nel voler costruire un’Europa Unita, sono elementi difficilmente trascurabili.

Sono questi i motivi che ci fanno sperare che l’Italia condurrà uno straordinario periodo di riforme capaci di riflettersi sia sul fronte interno Europeo ma anche nei rapporti con gli altri Stati, emergenti ed in via di sviluppo. Il problema, per coloro che governano è quello del consenso, ed è per questo che ciò che stanno producendo a livello normativo non  rappresenta ancora un vero e proprio avvio di quella “rivoluzione pacifica” alla quale possono condurci pur avendone le capacità e la visione necessaria. Lasciando l’economia reale al mercato e alle persone che in esso vi operano, è sufficiente che i Paesi Occidentali applichino i loro interventi in due direzioni: la riforma fiscale, previdenziale ed assistenziale e la riforma del sistema bancario.

 

Su entrambi i fronti servono norme semplici e comprensibili, come servono attenzioni particolari ai Paesi in via di sviluppo, per i quali le politiche devono essere orientate ad un cammino comune, anche di insegnamento, affinché possano essere evitati quegli errori che sono stati compiuti in passato.

La nuova politica fiscale deve tendere al passaggio dalla tassazione delle persone e del  lavoro, a quella dei beni. Dalle imposte dirette a quelle indirette, attraverso il federalismo, che vuole i cittadini collaborare in un disegno di vita comunitaria, senza sentirsi più furbi o meno fortunati perché impossibilitati ad evadere il fisco. Ognuno deve essere orgoglioso di partecipare alla “res publica”, ma devono essere stabilite imposte che vedano ciascuno contribuire per il massimo di un terzo del proprio reddito prodotto. Di questo un terzo, due parti devono rimanere al territorio di riferimento mentre la parte rimanente deve essere messa a disposizione del governo centrale. La dichiarazione dei redditi, semplificata, deve includere il conto economico e quello patrimoniale, cosa che potrà avvenire facilmente se le imposte dirette, che potrebbero continuare ad esserci in un sistema rinnovato, dovessero incidere solo per un terzo sul valore complessivo; mentre gli altri due terzi sarebbero raccolti col sistema indiretto attraverso i consumi. In questa dimensione la “De-Tax” (contribuzione libera di solidarietà collettiva, incentrata sui consumi) potrebbe ricevere anche a livello europeo e mondiale quella legittimazione legale che a livello nazionale già da alcuni anni ha ottenuto grazie all’attuale Ministro dell’Economia.

Le banche devono tornare a fare le banche senza ingerenze e senza collusioni col sistema politico e quello economico, raccogliendo il risparmio ed elargendo finanziamenti per alimentare uno sviluppo equo ed equilibrato. Così facendo eviteranno di fornire risorse a quei “burocrati” che stendono classifiche sull’andamento economico dei diversi Paesi orientando, senza alcun senso e con nessuna responsabilità, il sistema speculativo mondiale. Per arrivare a ciò bisognerebbe vietare la quotazione in borsa delle banche: chi opera col denaro non produce o distribuisce beni o servizi ma fornisce uno strumento di scambio. La vera rivoluzione non è quella di far ritornare le banche nel mercato ma di fare in modo che la società civile se ne possa riappropriare, attraverso le Fondazioni, cosicché  coloro che sono chiamati a gestirle possano riportare il credito alla reale dimensione economica e sociale che gli compete. Gli economisti, non più retribuiti da un sistema finanziario e speculativo, possono ritornare al loro alto ruolo sociale per fornire studi, intuizioni e anticipazioni macroeconomiche, finalmente liberi da quei legami e condizionamenti che, per troppo tempo, li hanno relegati ad un ruolo minore.

Ancora molti mesi fa suggerivo che si desse avvio a strutture di microcredito attraverso Fondazioni o Enti non profit. Ora ne sono ancora più convinto e credo che non solo le strutture di microcredito ma tutto il sistema bancario debba essere trasformato per acquisire quel ruolo di servizio all’economia reale che ha avuto fino agli anni ’90, nei Paesi Occidentali, aiutandoli a superare la loro condizione di Paesi in via di sviluppo.

Sono certo che i tempi stanno maturando nella direzione auspicata e, per questo motivo, credo che dobbiamo essere tutti un po’ più sereni e avviarci verso un tenore di vita meno esoso ma, forse, più vicino all’essenza umana e familiare di cui tanto sentiamo il bisogno.

 

Vi invito allo scambio di idee attraverso il Blog, nel mio sito www.tulliochiminazzo.it.

 

Cordiali saluti.

Roma, 31 maggio 2010 

Tullio Chiminazzo





·      A tutte le Persone impegnate nella costruzione di una Società migliore

·      A tutti coloro che partecipano responsabilmente alle attività delle “Scuole del Movimento”

 

COMUNICATO 04/2010

 

Carissime amiche ed amici,

 

Partecipazione condivisa alla vita sociale ed economica: transazioni elettroniche per compensare debiti e crediti

Due mesi fa, parlando della “Mutua Fide Bank”, anticipavo che avrei ripreso l’argomento per spiegare il metodo compensativo che è sotteso al sistema, tanto da prefigurare l’adozione di una “moderna forma di baratto”. Come ho avuto modo poi di dire anche nel mio ultimo comunicato, ogni nuova forma tecnica capace di migliorare le condizioni di vita dovrebbe poter essere adottata sia nei luoghi del Nord che in quelli del Sud. Il mondo ha subito un processo di globalizzazione che avrebbe dovuto essere “temperato” dalla glocalizzazione, la quale presuppone lo sviluppo dei mercati e della vita di relazione tra Paesi diversi, coerentemente col rispetto dei popoli, delle loro tradizioni, usi, costumi e culture. Senza entrare nel merito del processo che ci ha condotto all’attuale crisi economica mondiale, appare evidente l’esigenza di utilizzare metodi condivisi capaci di diminuire costi inutili, specialmente quelli delle banche e dell’intero sistema finanziario. Per fare ciò bisogna iniziare dalle azioni quotidiane che condizionano negativamente sia i rapporti tra consumatori che quelli tra operatori economici. Questi rapporti (compravendita) necessitano di essere regolati dal gesto finanziario del pagamento ed è proprio in tale fase che interviene la banca, che, almeno in Italia, fino alla metà degli anni Novanta, ha operato in forma trasparente e con costi accettabili, degenerando invece progressivamente fino ai giorni nostri. Una chiara inversione di tendenza si potrebbe avviare se i rapporti di debito e credito tra operatori economici e, marginalmente, con i consumatori (abituati generalmente al pagamento in contanti o con carte di credito), fossero regolati direttamente da un sistema di compensazione, evitando l’intervento delle banche che potrebbero dedicarsi meglio al loro specifico lavoro di raccolta e di concessione del credito. In tal modo, sarebbe agevolato il ritorno all’economia reale, acclamato da molti, ma per il quale pochi si sentono ancora impegnati. Lo spirito di sopravvivenza che ci contraddistingue, accresciuto da un accentuato egoismo teso a conservare le posizioni di “rendita”, caratteristico dei tempi che viviamo, ci rende poco disponibili al necessario cambiamento, realizzabile adeguandoci all’evoluzione tecnologica. Sarebbe sufficiente l’utilizzo coerente degli attuali sistemi informatici, attraverso semplici strumenti come le card (i moderni libretti della spesa, senza funzione di carta di credito o di prepagata) o i telefoni cellulari, per consentire, a costi infinitesimali rispetto agli attuali, l’avvio diffuso di metodi capaci di offrire ogni garanzia, visto che i corrieri che trasportavano valute per ingenti somme da una parte all’altra del pianeta sono stati, in gran misura, sostituiti da un sistema contabile elettronico di accredito ed addebito compensativo. Ciò favorirebbe anche il ritorno ad un rapporto di relazione della vita comunitaria che, partendo dal villaggio, potrebbe estendersi al quartiere delle grandi metropoli, rendendo positiva quella globalizzazione che presuppone rapporti senza barriere tra persone le quali, pure nelle diversità che le caratterizzano, si considerano depositarie della medesima dignità umana. Si tratta di iniziare a credere a nuove forme di relazione nel mercato e a tutto ciò che può renderlo meno soggetto a condizionamenti, fonte di abusi e di speculazioni ingiustificate. Nel tempo di Facebook e della PEC (Posta Elettronica Certificata) è inimmaginabile non prevedere che il sistema si evolverà nella direzione ipotizzata. Serve solo la disponibilità al cambiamento per una partecipazione più consapevole e condivisa alla vita sociale ed economica.

Vi invito allo scambio di idee attraverso il Blog, nel mio sito www.tulliochiminazzo.it.

Cordiali saluti.

 

Roma, 30 aprile 2010            

 Tullio Chiminazzo





Carissime amiche ed amici,

 

E’ il tempo di lavorare insieme per riavvicinare il Nord ed il Sud del mondo

 

Oramai tutti siamo convinti che, indipendentemente dal nome che si vuole attribuire all’attuale momento storico, ci troviamo di fronte ad un tempo di passaggio e di grandi trasformazioni. Comprendiamo che la globalizzazione ha portato molte cose positive e molte negative: non poteva essere altrimenti.

Si tratta ora di ritrovarci per vivere il nostro tempo senza avere il rammarico di esserci lasciati trascinare dalla corrente impetuosa della storia, senza aver dato un pur minimo contributo affinché le generazioni a venire possano usufruire del “testimone” che possiamo e dobbiamo trasmettere loro. E’ indispensabile non fingere di non vedere che, nel mondo, ci sono distanze abissali tra un Nord capace di catturare le potenzialità della Rivoluzione del XXI secolo ed un Sud costretto a vivere di stenti perché coloro che detengono i fattori produttivi (Terra, Lavoro, Capitale, Conoscenza) non si sono ancora convinti dell’utilità dello scambio e della loro condivisione. Serve comprendere le positività insite nelle due diverse situazioni, nelle quali ad un mondo ricco quantitativamente, che ha però progressivamente perduto la capacità di riflettere sulle bellezze della  natura e del creato in generale, si contrappone un mondo dove l’aiuto reciproco e la solidarietà sono elementi fondamentali per la sopravvivenza quotidiana.

Il Nord sta affrontando l’abbandono del consumismo e sperimenta la contrazione dei consumi, la trasformazione del lavoro e dei sistemi produttivi, condizioni alle quali la crisi lo costringe anche se molti credono ancora che la crescita quantitativa all’infinito sia un metodo corretto per orientare positivamente l’economia e la vita sociale; pur se i fautori della finanza creativa, della centralità del denaro come “bene superiore” in un’economia di mercato che ognuno vorrebbe piegare a proprio uso e consumo, sono quasi tutti ancora al loro posto occupando cattedre universitarie, consigli di amministrazione di banche e ruoli di responsabilità ed essendo, anche senza volerlo, forze reazionarie schierate contro il cambiamento. Si propongono, grottescamente da “medici-malati”, suggeritori di nuove medicine da somministrare solo agli altri: coloro che la crisi l’hanno subita. E’ la dimostrazione che la storia viene letta sempre a beneficio personale di chi governa i processi e di chi detiene il potere.

Ciò nonostante, il confronto con un Sud, che sembra aver compreso che è finito il tempo di tendere la mano per ricevere gratuitamente il poco che cade dalle tavole sovrabbondanti dei ricchi, è ormai incontrovertibilmente avviato. E’ sempre maggiore la diffusione di concetti relativamente nuovi legati alla straordinaria forza del dono in economia, dove la necessaria reciprocità richiede l’impegno di tutte le parti in campo. Chi dona ama e l’amore non può mai essere ripiegato su se stesso perché presuppone l’incontro con l’altro. E’ la percezione di questo legame, facilitata dalla crisi economica, che evidenzia i limiti umani e fa comprendere a molti che la vera ricchezza non si manifesta solo attraverso la proprietà di beni materiali ma con la partecipazione volontaria ad un disegno di fraternità e di solidarietà, oggi senza confini tra Nord e Sud. In questo è posta la speranza degli uomini di buona volontà anche se molte “cicale” continuano a fare ragionamenti complessi, disegnando situazioni catastrofiche oppure proponendo miraggi di ripresa economica lontani dalla realtà, dalla vita quotidiana e dalle piccole cose che rendono ricca, straordinaria e irripetibile la vita di ognuno di noi.

Cordiali saluti.

 

Roma, 31 marzo 2010                                                              Tullio Chiminazzo





·      A tutte le Persone impegnate nella costruzione di una Società migliore

·      A tutti coloro che partecipano responsabilmente alle attività delle “Scuole del Movimento”

COMUNICATO 02/2010

Carissime amiche ed amici,

Perché è venuto il tempo della “Mutua Fide Bank”?

Il micro-credito è indubbiamente uno strumento ideale per l’aiuto allo sviluppo tra le popolazioni più povere ma i limiti delle iniziative che hanno avuto maggior successo stanno, paradossalmente, nella strutturazione bancaria che esse hanno assunto, troppo frettolosamente adeguata alle degenerazioni dell’economia dei tempi moderni. Finché i prestiti venivano concessi da persone e istituzioni locali verso altre persone operanti per lo sviluppo in loco, adempivano pienamente la loro funzione sociale che permetteva agli interessi, pagati dagli utilizzatori del credito, di remunerare esclusivamente i risparmiatori locali. Col passare del tempo, tuttavia, l’assunzione di una specifica organizzazione ma, specialmente il varcare i confini territoriali, pratica imposta dalla globalizzazione dei mercati, ha trasformato tutto questo in vere e proprie attività finanziarie, rispondenti anch’esse alla logica speculativa. Il denaro da strumento è diventato bene, assecondando la logica degenerativa del mercato. Ecco perché non ci dobbiamo sorprendere di fronte ad un sistema che, per essere coerente con l’economia speculativa, “costringe” la ristretta comunità di appartenenza dei finanziati a pagare il debito di colui che si dovesse rifiutare o fosse impossibilitato a farlo. Altrettanto non deve sorprendere la richiesta di rimborso del finanziamento anche a quelle persone o comunità che, a causa di eventi atmosferici e catastrofi, dovessero perdere l’oggetto finanziato perché assente ogni forma di garanzia assicurativa o altro. È fuori dubbio che l’ingiustizia verso i poveri, in questi casi, è doppia, ma ciò appartiene alla legge della “vecchia economia di mercato” alla quale manca quell’afflato di “Gratuità, Carità e Fratellanza” di cui parla Sua Santità Benedetto XVI nell’ultima Enciclica “Caritas in Veritate”. Manca cioè quella “visione ideale” che dovrebbe condurci alla nuova “Economia di Solidarietà” del XXI Secolo.

Dov’è la linea di confine e qual è il punto di disequilibrio?

La linea di confine sta nel fatto che i poveri devono essere messi in condizione di accedere al micro-credito con denaro proveniente da donazioni. Ciò non significa che i finanziati non devono pagare interessi e restituire il capitale. In tal modo si cadrebbe nell’errore opposto che consiste nel far venir meno l’effetto economico-sociale del credito che deve retribuire i risparmiatori. Ma significa che i fondi, per esercitare l’attività di micro-credito, devono essere posti a disposizione da persone, organizzazioni ed istituzioni, senza l’attesa della maturazione di un interesse e senza l’attesa della restituzione del capitale “donato”. I destinatari dei prestiti sono tenuti a riconoscere gli interessi esclusivamente all’organizzazione locale, affinché questa possa retribuire il lavoro e creare ulteriori opportunità di finanziamento per altri, evitando che il sistema diventi strumento per alimentare la speculazione e la rendita. I Paesi e le persone povere non possono più essere considerati utili in funzione dell’accumulo dei ricchi (falsa idea di comunità che vuole divisi ricchi e poveri), ma sono chiamati, finalmente, a contribuire ad un “disegno” di nuova economia planetaria dove tutti si trovano impegnati a favorire il ritorno all’economia reale e ad abbandonare gli eccessi di un’economia finanziarizzata e speculativa.

Qui, forse, si rende comprensibile la novità insita nel modello “Mutua Fide Bank”, non a caso avviato in un Paese in via di sviluppo con la prospettiva che diventi strumento per uno sviluppo equilibrato. La gratuità di coloro che dispongono di risorse, specialmente se appartenenti ad organizzazioni dedite al bene comune, è l’elemento centrale del modello che è teso a creare un circuito (market-place della Solidarietà) il quale si avvale esclusivamente di una rete di strutture di micro-credito locali, senza Banche internazionali finanziatrici.

Prossimamente ci sarà l’opportunità di esaminare l’ulteriore elemento caratterizzante la “Mutua Fide Bank”: la rete di compensazione di crediti e debiti tra gli aderenti al circuito, moderna sostituzione dell’arcaico baratto.

Vi chiedo solo idee nuove da scambiare, attraverso il Blog, nel mio sito www.tulliochiminazzo.it.

Cordiali saluti.

 

Roma, 28 febbraio 2010                                                                    
Tullio Chiminazzo





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