IL BENE COMUNE


Il Bene Comune, definizione dalle molte interpretazioni, almeno quanto l’abuso che ne viene fatto da intellettuali, economisti e politici. Le persone semplici ne fanno uso meno frequente forse perché ne comprendono di più il senso profondo e la sacralità che rappresenta, superando di molto i confini di un bene qualificato dall’essere di una comunità.
Cosa significa veramente saper anteporre il Bene Comune al bene personale?
Cosa dobbiamo fare e come dobbiamo orientare le nostre azioni quotidiane per essere più veri, trasparenti e comprensibili, anche agli occhi di coloro che non ci vogliono bene?
Ѐ la dimensione spazio temporale della nostra vita che ci interroga, che non ci lascia indifferenti, per riportarci al profondamente umano che è in noi. La società moderna ci propone continuamente modi di vivere nuovi ma, alla fine, se pure distratti dal fragore e dal vociare continuo, tutti possiamo riflettere e pensare alle occasioni di Bene che sperimentiamo, nel rapporto con l’altro e nella condivisione di momenti felici e semplici che ci fanno comprendere di più e meglio gli avvenimenti quotidiani. Ѐ il pensiero libero che ci fa vedere la falsità dei molti che usano il Bene Comune nella contrapposizione, per giustificare se stessi e i gruppi ai quali appartengono, per riaffermare il proprio ego, il proprio orizzonte limitato e personalissimo. Intenti alla protezione di interessi, spesso meschini e frivoli, e di limitata elevazione spirituale. Il Bene Comune, invece, è il risultato dell’equilibrio e della condivisione conseguente all’accettazione dell’Altro.
Nell’interrogarmi, per scendere a patti con coloro ai quali indirizzo queste mie riflessioni, devo confessare che la mia idea di Bene Comune trova origine e sviluppo continuo dal filo conduttore che mi ha tenuto avvinto tutta la vita, partendo dal quel bambino e fanciullo di molti anni fa, che tuttora vive ed è presente in me. Serviva saper mediare tra chi nulla detiene e chi ne aveva in abbondanza. La mediazione del pensiero, del cuore e dell’anima, con gli istinti personali e con la tendenza naturale di accumulare e conservare, anche per il futuro.
La comprensione che gli uccelli che volano nell’aria, cinguettando felici, non hanno bisogno di mettere da parte qualcosa per il domani. La riflessione sulle diversità tra le cicale e le formiche, due esempi in natura che ci fanno capire l’inutilità delle esagerazioni. Il desiderio di vivere meglio in una comunità di umani nella quale il potere e i soldi diventavano via via gli elementi sempre più divisivi. Ora serve però dare una risposta per dire a quale modello ideale di convivenza orientarci.
Non solo l’equilibrio tra la qualità e la quantità di beni e servizi prodotti e distribuiti ma anche il senso di responsabilità di coloro che sono i destinatari, i fruitori ovvero i consumatori che, inevitabilmente, ci portano a riflettere sulla società dei consumi, sui diversi metodi produttivi e distributivi, sulle ideologie imperanti, sulle contrapposizioni, inutili quanto devastanti, tra collettivismo e capitalismo, sulle diverse interpretazioni numeriche tra i pochi ricchi e i molti, troppi poveri, che abitano il pianeta.
Ecco la confusione, la mistificazione della realtà, la determinazione ostinata che le proprie idee siano superiori a quelle degli altri; ecco il bene personale, condito di discutibile esagerato egoismo, che prevarica il benefico Bene Comune che, espressione di un sano altruismo, ci permetterebbe di essere felici nel vedere un po’ meno sofferente l’altro, colui che dispone di scarse risorse per soddisfare i suoi bisogni.
Qui la mia convinzione nell’aver individuato nello strumento IMPRESA il veicolo più idoneo, oltre che più umano, attraverso il quale più persone possono mettere a frutto i propri talenti per realizzare il miglior risultato possibile. Per creare il maggior numero di opportunità affinché il Prossimo possa migliorare la sua vita.
L’impresa, risultato di un processo culturale adeguato, è anche il luogo ideale se diventa essa stessa Bene Comune, se favorisce produzioni e scambi, in funzione di altro Bene Comune, se è portatrice di azioni umane che servono a lenire sofferenze e a creare opportunità, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita del maggior numero di persone.
Verso la costruzione di quella “casa comune” nella quale la preservazione dell’ambiente sano, degli animali e della natura nel suo complesso, sono il dono delle attuali generazioni a quelle future, come massima espressione di Bene Comune.

Bassano del Grappa - Roma, 20 novembre 2019


Tullio Chiminazzo


 

 







RICCHI E POVERI - EGOISMO E ALTRUISMO


Quante cose si possono comprendere se fossimo un po’ più disponibili a dedicare il nostro tempo nel riflettere anche su questi semplici argomenti:
1. Chi nasce ricco parte svantaggiato rispetto a chi nasce povero. Molti di noi possono vivere in una società opulenta e ricolma di ogni bene materiale ma, a volte, triste e priva di tensioni ideali e spirituali. Società più o meno “malata”.
Perché il ricco sarebbe svantaggiato?
Perché il suo orizzonte è più vicino, il ricco ha meno tempo per pensare al futuro, i suoi sogni sono “meno sogni” perché più ravvicinati e senza la prospettiva dell’Infinito. Sempreché non ponga il povero e l’ultimo al primo posto della sua vita. Sempreché non decida di seguire la via più impervia, la sola capace di creargli maggiori opportunità per realizzarsi.
2. Il povero è chiamato al confronto, all’impegno personale, a spendere se stesso in età molto più precoce. Ѐ chiamato, prima possibile, a procurare a sé e a coloro che gli sono vicini, i più indifesi e maggiormente trascurati, le risorse minime per sopravvivere. Per emergere, per confrontarsi alla pari nella società umana che, sempre nei secoli, ha prediletto i ricchi e coloro che detengono le maggiori risorse materiali.


PARTE SECONDA: egoismo e altruismo.
Dalla notte dei tempi l’umanità è alla continua ricerca della soluzione del dilemma: essere più egoisti o più altruisti?
Ѐ l’equilibrio tra queste due dimensioni, esercitato in modo più o meno positivo, che contraddistingue un miglior periodo storico rispetto ad un altro. La conseguenza è una società più o meno giusta, più o meno inquinata da bugie e prevaricazioni ma, soprattutto, pervasa da una solidarietà più o meno diffusa.
La globalizzazione dei mercati e delle relazioni dei tempi attuali, solo se orientata positivamente alla globalizzazione della solidarietà, potrà condurre ad un miglior equilibrio tra egoismo ed altruismo.


Nei giorni scorsi mi sono trovato a conversare con una mia anziana e saggia amica e confidavo a lei la mia idea che corrisponde pressappoco a quanto sopra esposto. Ci si chiedeva come fare per capire di più il mondo che ci circonda e i giovani che sono il futuro delle nostre società. Entrambi abbiamo convenuto che molto dipende dalla situazione di partenza di ognuno di noi. Molto dipende dal fatto che una persona sia nata ricca o povera. Ѐ importante poi comprendere che la vita si snoda attraverso l’innato egoismo che caratterizza tutti, tenendo conto che la volontà (il libero arbitrio) è fondamentale per mitigare quell’egoismo. Si tratta di nuotare in un mare in burrasca col desiderio e la determinazione di avvicinarci maggiormente alla sponda opposta rispetto a quella di partenza: verso quella che agli umani sembra irraggiungibile e che crediamo si possa identificare con l’altruismo. Ѐ come dire comprendere che l’altro debba essere messo al primo posto per puntare alla concretizzazione di quel mondo migliore a cui tutti dovremmo tendere.

Bassano del Grappa - Roma, 10 ottobre 2019


Tullio Chiminazzo


 

 







TRE BREVI PROVERBI/MODI DI DIRE/CONVINZIONI CHE POTREBBERO AIUTARCI A CAPIRE MOLTE COSE
(Per lottare contro la povertà e costruire una “casa comune migliore”)


1. “…. non si deve dare il pesce ma insegnare a pescare (effetto moltiplicatore della condivisione della conoscenza, invece che divisione di beni);

Quando aiutiamo l’altro condividendo la conoscenza, cioè trasmettendo all’altro il “come fare”, siamo certi che l’aiutiamo a camminare insieme, senza subordinazioni e senza l’attuazione di nuove colonizzazioni.
2. “…. se ci sono 100 poveri ed un ricco, e qualcuno dovesse imporre al ricco di redistribuire la propria ricchezza ai poveri, dopo non molto ci si ritroverà con 101 poveri (effetto dispersivo di ricchezza quando si divide, senza condividere)”;
Ѐ la storia di ciò che è avvenuto nei secoli e di ciò che avviene ogni giorno; rappresenta il limite di una visione, a volte opportunistica, di tutti coloro che non riescono a realizzare l’obiettivo della condivisione. La divisione impoverisce mentre la condivisione arricchisce. Dividere è un gesto materiale e quantitativo. Condividere è un gesto immateriale (spirituale) e qualitativo.
Ѐ spontaneo chiederci: cosa si deve condividere? Prima di tutto la conoscenza (vedi punto 1) che permette alle persone di trasmettere parte di sé e non solo parte di ciò che appartiene loro.
Condividendo si cambia dentro e, conseguentemente, cambia la qualità della vita di tutti coloro che vi partecipano attivamente, in una dimensione personale dove la volontà e la determinazione dei soggetti sono elementi irrinunciabili.
3.“…. se due persone, incontrandosi, si scambiano una moneta di uguale valore, si lasciano disponendo della medesima ricchezza che avevano prima dello scambio. Se incontrandosi, le medesime persone si scambiano un’idea, si lasciano potendo entrambe contare su due idee ciascuna (effetto moltiplicatore dello scambio di idee)”.
Ѐ la straordinarietà dello scambio di ciò che è proprio e personale. Ciò che appartiene intimamente alle persone in quanto non ancora trasformato in cose e beni. Il processo che vi è sotteso presuppone l’accettazione dell’altro e delle diversità che lo caratterizzano.
Ebbene sì, questo scambio tra diversi, scambio di idee diverse, produce un effetto moltiplicatore di ricchezza, frutto dell’azione conseguente all’utilizzazione della nuova conoscenza (idee, progetti, procedure).
Effetto moltiplicatore che potrebbe aiutare la trasformazione e il conseguente miglioramento delle nostre società “malate” dove l’accumulazione è attuata senza una progettualità specifica, spinta da intenti egoistici agli estremi, mentre molti soffrono povertà inumane che conducono interi popoli e intere comunità alla più degradante miseria.
Condividere la conoscenza, bene immateriale, comporta l’applicazione di un effetto moltiplicatore straordinario perché, diversamente dalla divisione di qualsiasi bene materiale, accrescendo nell’uno, non diminuisce nell’altro.


Bassano del Grappa - Roma, 25 settembre 2019

 

Tullio Chiminazzo







CRESCITA SOSTENIBILE
[..]La filosofia non è un’arte che serve a far mostra di sé di fronte alla gente: non consiste nelle parole, ma nelle azioni. [..] La filosofia forma e plasma l’animo, dà ordine alla vita, dirige le azioni, mostra le cose che si debbono e quelle che non si debbono fare, siede al timone e regola la rotta attraverso i pericoli di un mare in tempesta. [..]” (L.A. Seneca, Lettera a Lucilio, Lettera 16: La nostra vita deve essere regolata dalla filosofia).
Nei primi anni ’90, quando abbiamo incominciato a pensare al Movimento delle Scuole di Etica ed Economia, siamo partiti da principi e valori ben chiari come chiara è stata, per tutti noi, la consapevolezza di dover dar conto del pensiero che avrebbe necessariamente dovuto trovare compimento nelle azioni. Ecco perché se qualcuno di voi dovesse immaginare che “Etica ed Economia” rappresenti esclusivamente un “Movimento” di pensiero, si sbaglia.
Etica ed Economia è, prima di tutto, un “Movimento” che orienta alla concretezza delle azioni, dove il FARE è conseguenza logica del SAPERE, per diventare SAPER FARE. Dove gli imprenditori non sono i destinatari delle “elucubrazioni” dei dotti ma destinatari e artefici dell’incontro e dello scambio di diversità rappresentate specialmente dal mondo dell’impresa, delle professioni e dei docenti universitari, per raggiungere quel confronto che rappresenta lo strumento ideale, il solo capace di farci affrontare con possibilità di successo le sfide che abbiamo davanti.
Servono, oggi più che mai, preparazione tecnologica e preparazione imprenditoriale; serve che i processi vengano compresi e serve concretezza e visione nel confrontare le proprie azioni e i propri prodotti nella società e nel “mercato” (luogo di scambio). In questo senso, per comprendere il significato di crescita sostenibile (per le persone, per l’ambiente e per tutto il Creato), e cioè di sviluppo, non si può più prescindere da ciò che significa percorso culturale verso un’economia della condivisione; anche qui in modo dinamico e nuovo, liberi dai vecchi schemi del passato, orientati dal desiderio di migliorare le condizioni di vita di tutti gli appartenenti alla “casa comune”.
Ѐ in questa dimensione che si inserisce l’attuale problema del rapporto tra uomini e macchine e di ciò che resta del lavoro; i cambiamenti climatici e quelli demografici, il peso della finanza in economia e l’utilizzo delle monete. Pensiamo a “Libra”, la nuova criptovaluta proposta da Facebook. Non ne parlo da tifoso o da persona che mette in evidenza solo i rischi perché ciò abbonda nei giornali e nei media di questi giorni. La mia è solo una “vision” di quanto il mondo potrebbe cambiare se ci fosse un impegno comune nell’utilizzare i nuovi strumenti tecnologici per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Potremmo assistere ad una vera rivoluzione che, partendo dal basso e utilizzando strumenti come “Libra”, potrebbe riequilibrare il potere tra ricchi e poveri, trasferendolo dalla ricchezza, che è statica e in mano a pochi, al vivere dinamico delle persone e alla loro capacità e necessità di scambiare beni e servizi.
Con l’unità di scambio “Libra”, Carlo Magno, alla fine del secolo VIII, cercò di mettere ordine nel caos monetario di quell’epoca, inserendo nel processo economico l’utilizzo di monete stabili. Sistema che fu alla base delle successive monetazioni europee e che comportò la riduzione dell’uso del baratto (cfr. Il Sole 24 Ore, 2.7.2019, pag. 17).
Con la “Libra”, del XXI secolo, si potrebbero aprire le porte per un cambiamento radicale delle politiche monetarie e finanziarie del mondo, con l’obiettivo di ritornare all’economia reale e allo sviluppo, caratterizzati dalla solidarietà che non può escludere i poveri e gli ultimi.

Bassano del Grappa - Roma, 17 luglio 2019

 

Tullio Chiminazzo







Da un po’ di tempo i social (certamente in modo automatico) mi sollecitano a scrivere qualcosa di nuovo nel mio blog e agli amici che, in passato, ho avuto l’abitudine di raggiungere, anche mensilmente. Ancora, da un po’ di tempo porto sempre con me un piccolo libretto che riporta le principali “Lettere a Lucilio” di L. A. Seneca (Filosofo italiano del I Sec. D.C.). Letture che mi aiutano a tornare alle origini per capire di più il mistero della vita. Per questi, ed altri motivi, mi sono deciso di raggiungervi ora attraverso queste mie brevi riflessioni che voglio semplificare, fingendo di essere stato richiesto di rispondere a quattro “perché”.
PERCHÉ “ETICA ED ECONOMIA” DEVE ESSERE CONSIDERATA UNA NUOVA DISCIPLINA DEL XXI SECOLO - DISTINTA DA “ECONOMIA”?
Se desideriamo interrogarci sulle nostre conoscenze relativamente al tema posto dal nostro interrogativo ci rendiamo conto che pochi riescono a liberarsi dai propri legami culturali e dalle contrapposizioni ideologiche che l’argomento ci presenta. Facile dire che il confronto ci porta a discutere sulle differenze tra capitalismo e collettivismo che hanno segnato per un po’ di tempo la storia del XX secolo, senza mancare di dire che questo XXI secolo non riesce a liberarci da quei fantasmi, neppure grazie alle straordinarie novità scaturite dalla rivoluzione digitale che ha impattato con quella industriale di due secoli fa. Ci sono oggi molte proposte che parlano di economia sociale, di economia civile ovvero di un nuovo metodo economico che sarebbe fatto proprio dal “gigante Cina” per il quale gli occidentali identificherebbero una innovativa forma di “capitalismo comunista”. Studiosi, quasi sempre poco avvezzi alla concretezza della vita quotidiana, fanno riferimenti storici e culturali molto forbiti e poco disponibili al confronto con la gente che, spesso, preferisce lasciarli parlare, piuttosto che sprecare risorse nel controbattere, ricordando che queste teorie appartengono al secolo precedente. Bene i riferimenti all’Aquinate (San Tommaso D’Aquino, 1225-1274) e a studiosi ed intellettuali che hanno profuso tutto il loro pensiero a ricercare forme economiche più vicine alle persone, con economia civile ed economia sociale (Antonio Genovesi, 1712-1769; Wilhelm Rӧpke, 1899-1966), però serve ora avere il coraggio di attualizzare quelle indagini ed esperienze, per confrontarci con libertà sugli avvenimenti della società attuale. Rivoluzione informatica, sviluppo, miglioramento delle condizioni di vita dei poveri. Bisogna dialogare in modo più comprensibile e meno specialistico; più popolare, dove popolare deve intendersi più vicino alla maggioranza delle persone, dove la cultura non significa erudizione o conoscenza di biblioteche di testi ma comprensione dei fenomeni vissuti per essere in grado di meglio orientare il vivere quotidiano. Dove le prospettive future, le idee e le indicazioni per una vita più felice sono il risultato di sacrifici e di sofferenze vissute sulla propria pelle. Non più frutto di sovrastrutture, di ideologie o di posizioni di privilegio che l’uomo, per propria natura, cerca di preservare e di comunicare ad altri con l’intento che rimangano il maggior tempo possibile nel dominio personale. È l’incontro con l’altro, il dono di sé all’umanità, l’assenza di contrapposizioni e l’accettazione del diverso che potrà condurci alla costruzione di un mondo migliore. Partendo da qua dobbiamo, conseguentemente, argomentare le difficoltà degli ultimi decenni attraverso le quali, da una netta contrapposizione tra etica ed economia, si è giunti ad ammetterne una pur critica compatibilità. Tutto questo, giocato nelle contrapposizioni tra intellettuali perché, per gli operatori economici e per le persone che operano nel mercato con imprese di piccole e medie dimensioni, c’è sempre stata la consapevolezza che efficienza e solidarietà debbono orientare, insieme, le decisioni nel mondo economico. Semmai questi operatori non hanno mai avuto nessuno che spiegasse loro quale mix sarebbe risultato più conveniente nelle specifiche situazioni aziendali. La conseguenza di questa mancata attenzione è stata la progressiva perdita di contatto degli economisti dall’operatività economica, a volte ammaliati da un mondo finanziario che continuava sempre più ad allontanarsi dall’economia reale. Un mondo dove la lotta speculativa assumeva contorni inimmaginabili nonostante che lo sviluppo delle dinamiche della rivoluzione digitale mettesse questi sempre più con le spalle al muro. Solo ora sembra avanzare un timido credito al fenomeno delle valute digitali e tutti corrono ai ripari perché sanno che lo scambio di beni e servizi, con la regolazione del debito e del credito conseguente, non potrà che essere applicata in modo funzionale e dinamicamente conveniente dai grandi operatori social e dagli operatori dell’e.commerce, con un processo di integrazione e di interazione tra il commercio fisico e quello virtuale. La specializzazione, la necessità di operare in modo più efficiente possibile, l’utilità per tutti di evitare di “sprecare” i rifiuti, orientandosi al recupero, all’economia circolare e all’economia della condivisione, sono fenomeni che impongono a tutti di capire quanto la centralità della persona e la cura della natura contro l’inquinamento imperante, siano oramai indirizzi indispensabili sia per coloro che operano in economia di mercato che per coloro che ne fanno oggetto di studio e di orientamento sociale. È su questo fronte che non possiamo più accettare confusioni e contrapposizioni tra coloro che inneggiano all’economia orientata dall’etica e coloro che ne rivendicano il dominio assoluto affermando che l’economia è una scienza che nulla ha a che fare con i fenomeni educativi e di orientamento delle azioni umane verso il BENE. È qui che questo inizio di XXI secolo ci può far comprendere di dover ammettere che esistono, in modo incontrovertibile, oramai due discipline: quella economica che orienta la crescita e quella etico-economica che orienta lo sviluppo. Entrambe hanno una loro specifica funzione ed entrambe hanno una dignità esclusiva. Etica ed Economia deve rispondere a quasi tutti gli assunti dell’economia classica ma pone al primo posto il fattore qualitativo. Il punto di riferimento primo è la qualità della vita delle persone, tutte le persone, sia quelle che vengono in relazione quando parliamo di micro etica ed economia che quando esaminiamo il fenomeno sotto l’aspetto macro. È qui che parliamo di interi Paesi poveri le cui produzioni e le cui ricchezze sono molto inferiori a singoli grandi operatori economici privati che gestiscono risorse e persone senza alcun riferimento etico-economico perché orientano tutta la loro attività all’immediatezza dei risultati e al solo aspetto quantitativo della produzione di ricchezza. Ancora più urgente risulta essere la distinzione proposta tra “Etica ed Economia” con “Economia” se esaminiamo i fenomeni in corso dove molti ricorrono a diversi stratagemmi pur di farsi accreditare come i novelli operatori, capaci di assumere e diffondere criteri di responsabilità sociale nell’esercizio dell’attività imprenditoriale. Di assoluto interesse sono le sperimentazioni di Yunus (Economista, premio Nobel della Pace nel 2006 - Un mondo a tre zeri – come eliminare definitivamente povertà, disoccupazione e inquinamento, Milano 2018, Giangiacomo Feltrinelli Editore), che oramai coinvolgono grandi e piccoli operatori attraverso una netta distinzione nel mercato di operatori Business e operatori di Business Sociale. Di interesse risulta anche la recente normativa italiana che prevede nuovi soggetti giuridici denominati “imprese benefit” (orientate al bene sociale, oltre che alla creazione di ricchezza), sulla base di una più lunga esperienza statunitense, definita “B-Corp”. In ogni caso, credo sia oramai urgente riconoscere chiaramente gli ambiti applicativi dei diversi orientamenti e incamminarci verso un traguardo condiviso dove la chiarezza, la fiducia e la coerenza sulle tecniche da adottare possano realizzare un mercato più trasparente, più onesto e più giusto. Una prima sintesi tra le due discipline, “Etica ed Economia” ed “Economia”, è stata avviata e trova rappresentazione grafica a pag. 144 del mio libro: Etica ed Economia - verso il nuovo umanesimo economico, Milano 2016, FrancoAngeli.
PERCHÉ IL MONDO DEVE METTERE AL PRIMO POSTO GLI ULTIMI E I POVERI?
In un mondo oramai globalizzato, ricchezza e povertà non hanno più coperture e nascondimenti. I ricchi sono tutti ben visibili al mondo, fatta eccezione per il loro dovere di contribuire, in modo onesto ed adeguato, con le imposte che gli Stati imporrebbero, proporzionalmente ovvero con aliquote crescenti, per il mantenimento della “cosa pubblica” e per un dovere di solidarietà con le persone meno abbienti. È evidente che non tutti si sottraggono ai loro doveri ma, gran parte di loro, specialmente le multinazionali anche con l’appoggio di Stati stranieri, cercano di evadere o di eludere a quelle responsabilità che, se assunte correttamente, potrebbero fare onore alle loro apprezzabili qualità e capacità di creare ricchezza in quantità molto superiore rispetto ad altri concorrenti. Se non bastasse, oltre ai numerosi eclatanti fenomeni di evasione ed elusione, dobbiamo registrare quotidianamente situazioni che alterano il mercato; soprusi e privative esercitate in spregio a qualsiasi norma comportamentale di pur minima correttezza. Ecco allora che, persone di grande genialità e dotate di straordinarie organizzazioni d’impresa, anziché passare alla storia come esempi di stimata onorabilità da seguire, ricorrono a qualsiasi stratagemma pur di accumulare il massimo di ricchezza, nel minor tempo possibile. Anche loro però devono fare i conti con il tempo che passa, con l’arrivo di figli e nipoti e con qualche buon esempio che ricevono nel loro quotidiano incedere, a volte toccati da malattie e improvvise defezioni del proprio fisico. È il momento nel quale comprendono che fare il BENE potrebbe diventare molto più importante che continuare ad accumulare in modo irragionevole e sconveniente. Nasce la necessità di creare Fondazioni in cui trasferire enormi ricchezze per aiutare i poveri, dopo aver compreso che i propri eredi non sarebbero nelle condizioni di bene amministrare masse così imponenti di ricchezza. Comprendono che l’interesse dei figli e dei nipoti non coincide con quello dei loro genitori e nonni i quali, dopo aver speso la propria vita quasi esclusivamente con il limitato intento di arricchire se stessi e le loro organizzazioni d’impresa, si accorgono di non aver sperimentato le numerose alternative che si rendevano facilmente realizzabili. Nessuna contrapposizione ma la semplice constatazione che gli avvenimenti di questi ultimi decenni permettono a molti di comprendere quanto, anche la vita dei ricchi, debba riempirsi delle soddisfazioni che un agire più umano e più corretto può riservare loro. Tutti coloro che sanno indirizzare le loro azioni, le straordinarie capacità, le intuizioni e le genialità verso il confronto con gli altri, verso lo scambio con coloro che queste capacità non possiedono, in un gioco relazionale e di rapporti tra popoli e civiltà diverse, troveranno motivo di verificare l’essenza moltiplicativa del confronto e dello scambio, specialmente della conoscenza e dell’accettazione delle diversità che caratterizzano ogni persona. Qui, ed ora, si può comprendere quanto il saper mettere al primo posto gli ultimi e i poveri, sia elemento di grande soddisfazione, di felicità e di realizzazione umana ed “etico-economica”. Si ha l’opportunità di raggiungere, in modo più soddisfacente, due risultati: migliore qualità della vita delle persone coinvolte e maggiore quantità di ricchezza prodotta. Le diversità che caratterizzano i poveri, e per prima la maggiore propensione alla libertà personale da raggiungere anche attraverso l’autonomia economica, sono elementi di assoluta importanza e di maggiore competitività per un mondo economico che, attraverso il gioco concorrenziale, può raggiungere risultati di grande interesse anche verso la diminuzione della povertà, cui tutti dovremmo essere umanamente indirizzati. Esaminato l’aspetto micro, cioè il valore e l’impatto delle decisioni personali sui risultati da ottenere, non si può non parlare dell’aspetto macro e cioè di come si siano, nel tempo, sprecate risorse incalcolabili con aiuti internazionali che pochissime volte sono riusciti a raggiungere l’obiettivo sperato di diminuire radicalmente la povertà nel mondo. Anche qui possiamo trovare una risposta semplice che si ha solo nel momento in cui ci sappiamo spogliare dal perbenismo che caratterizza molti abitanti dei Paesi ricchi e, in particolare, tutti coloro che ritenendo di appartenere alla classe dei dotti, elaborano complicate teorie di difficile interpretazione, con astrusi grafici che hanno solo lo scopo di mettere in evidenza l’uno o l’altro propositore, per finire alla maggiore divulgazione di un libro o al raggiungimento di fama effimera per chi lo scrive, rispetto al risultato che dovrebbe tendere a procurare strumenti efficaci affinché i poveri possano conquistarsi la libertà. Affinché il numero di poveri possa diminuire progressivamente. Sempre sul crinale macro, pur ben sapendo che non solo l’Africa necessiterebbe di una grande trasformazione politica e culturale per aiutare i propri abitanti a liberarsi dal giogo della povertà, non posso qui non ricordare che il 30 maggio scorso è entrata in vigore la zona di libero scambio dell’Unione Africana. Trattasi di un’intesa che i 55 Paesi dell’UA cercheranno di far entrare nella fase operativa nei primi giorni del prossimo mese di luglio quando verrà avviato il maggior accordo commerciale dalla fine del colonialismo. Un mercato unico di un miliardo e 200 milioni di individui che immaginiamo potrebbe portare maggior sviluppo del “Continente Nero” con la speranza che venga salutato caldamente anche da noi europei, non solo perché potrebbe significare minor flusso di disperati che bussano alle porte ma perché il mercato unico può favorire l’unità, la pace e la democrazia (fonte: Avvenire, 4.6.2019). Argomenti che devono convincere tutti i Paesi e, in primis, quelli col maggior retaggio coloniale, nell’incoraggiare il cammino intrapreso ma, ancora di più, nella determinazione a smettere i condizionamenti che favoriscono quei privilegi che soffocano ulteriormente le aspirazioni di riscatto dei poveri. Così facendo abbiamo sfiorato anche il problema del colonialismo che non poco ha influenzato la ricchezza di alcuni Paesi a scapito di altri, notevolmente danneggiati dagli eventi del corso della storia. Ritornando ai modi comportamentali che coinvolgono tutti gli uomini di buona volontà che hanno in animo la condivisione di metodi organizzativi e, conseguentemente, la sopportazione di minori tribolazioni e minori difficoltà che quotidianamente devono subire gli ultimi e i più poveri, desidero riproporre ancora una volta l’idea di lasciarci portare più dalla disponibilità a fare qualcosa con i poveri, piuttosto di insistere col voler insegnare ai poveri. Piuttosto di insistere di voler trasmettere loro le nostre tecniche che certamente non appartengono alla loro cultura, ai loro usi e costumi, quasi sempre millenari. Per sostenere che molte persone nel mondo possono dare testimonianza, meglio di me, di come si dovrebbe operare al fine di raggiungere migliori risultati cambiando i metodi operativi finora sperimentati, termino con una citazione ricavata da pag. 8 di un libro di Yunus: “Questo libro non racconta solo la storia di come vent’anni fa il professor Yunus abbia scoperto che accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra si poteva fare di più di quanto avessero fatto i miliardi di dollari degli aiuti stranieri.” (Il banchiere dei poveri, Milano 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore, settima edizione, settembre 1999).
PERCHÉ È SEMPRE ATTUALE IL TEMPO DI COSTRUIRE LA BANCA MONDIALE DEI POPOLI?
Richiamandomi a quanto detto sopra circa gli scritti di Yunus per eliminare la povertà, la disoccupazione e l’inquinamento ma, ancora di più, per l’attività da lui svolta che gli ha fatto meritare l’appellativo di “banchiere dei poveri”, desidero con voi parlare dei molti progetti che ci hanno visti impegnati col Movimento Mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”; della loro assonanza con numerosi progetti del premio Nobel più volte citato e della loro compatibilità col lavoro di tutti coloro che credono possibile la costruzione di un mondo migliore se, unendo le forze, evitiamo la dispersione di energie per contrapposizioni inutili, focalizzandoci sui risultati da raggiungere assieme alle persone che più necessitano di sviluppo e di riscatto dalla povertà. L’aspetto determinante è quello di volgere continuamente lo sguardo al futuro, utilizzando le straordinarie ricchezze, specialmente tecnologiche, che caratterizzano il tempo che viviamo. È su quella via che possiamo trovare oggi la possibilità di costruire insieme la nuova banca mondiale dei popoli. Non più Stati o Organizzazioni che determinano la destinazione delle risorse e cambiano il destino di comunità di poveri rispetto ad altre, ma l’opportunità di essere ognuno artefice e decisore di dove indirizzare le proprie risorse. Siano esse per un singolo operatore, una famiglia, le donne e i loro bambini, oppure per organizzazioni, gruppi e comunità svantaggiate dalla sorte, dagli avvenimenti atmosferici, dai luoghi geografici di nascita ovvero da retaggi culturali poco favorevoli allo sviluppo e all’applicazione di tecniche capaci di sdoganare dalla povertà. Quel trasferimento di risorse che può avvenire non solo tra Paesi e comunità lontane ma anche all’interno di un medesimo Paese e all’interno di una medesima comunità. Il nostro progetto “1% - l’impresa strumento di solidarietà internazionale”, poi diventato A-Tax/De-Tax, proponeva, oltre vent’anni fa, la possibilità per il singolo consumatore, attraverso lo sconto dell’uno per cento che avrebbe concesso il suo fornitore, di aderire ad una specifica azione di solidarietà, scegliendola tra quelle proposte. Era, e può ritornare ad essere, un modo straordinariamente facile per “coscientizzare” i consumatori ad aderire ad una proposta capace di collegare la necessità di fare la spesa con le necessità di coloro che non hanno risorse. Procurare a questi ultimi un’opportunità senza privarsi di niente ma solo ricambiando la fiducia nel fornitore, sulla base dell’appartenenza attiva al circuito di solidarietà proposta. Si può pensare che solo il gesto responsabile di fare la spesa crea opportunità per coloro che sono meno fortunati: le briciole, l’1% dei consumi, diventano, se organizzati in un sistema razionale e funzionale, strumento di solidarietà internazionale. Ancora, sono passati oramai dieci anni da quando abbiamo interpellato persone comuni e persone di responsabilità, in diversi Paesi del mondo, prima di scrivere il Manifesto del XXI secolo. In esso, al punto tre, si afferma: “l’urgenza di creare una Banca Mondiale dei Popoli in cui persone, istituzioni, Stati e organizzazioni soprannazionali possono mettere a disposizioni capitali per rendere effettivo il diritto al microcredito dei più bisognosi al fine di finanziare l’acquisto di mezzi e strumenti per il lavoro, fonte di ricchezza e dignità.” A seguire, circa dieci anni fa, abbiamo dato vita alla “Mutua Fide Bank” con la prima sperimentazione pratica nella città di Mahajanga, in Madagascar. Tutte iniziative che se pure sembrano diverse si richiamano all’unico filo conduttore: creare una rete di solidarietà tra le persone in modo da poter utilizzare circuiti informatici di nuova generazione che permettano di gestire e indirizzare le risorse, partendo dal basso. Senza sovrastrutture o potentati capaci di orientare a piacimento le scelte, togliendo la libertà di ognuno nel rendersi credibile come destinatario di risorse e, dall’altro lato, liberi di indirizzare i propri piccoli risparmi e la propria solidarietà. Ѐ questo il mondo del futuro, un mondo nel quale tutti possiamo partecipare perché ogni persona vale per quello che è e non per quello che ha, ovvero per le disgrazie delle quali è portatrice senza alcuna possibilità di scelta. Qualcuno si potrebbe chiedere che fine ha fatto il progetto della costituzione di una Banca Mondiale dei Popoli? Nessuna fine, appartiene ai semi gettati che possono, un giorno, portare frutto. Alcune persone di responsabilità che avrebbero potuto partecipare alla gioia di essere parte attiva di un disegno orientato al BENE hanno preferito utilizzare il loro potere, la loro forza persuasiva, per far emergere piccoli egoismi personali, per rappresentarsi incapaci di cogliere il bello ed il nuovo che una società moderna e tecnologicamente preparata potrebbe realizzare senza alcuna dispersione, in modo efficiente e capace di dare nuove prospettive non solo ai poveri ma a tutti coloro che credono nel miglioramento delle condizioni di vita delle generazioni future. Nel ritornare all’argomento del perché è attuale immaginare di impegnarci per dar vita ad una banca mondiale dei popoli, qualcuno potrebbe dire che di banche ce ne sono già molte e che oggi sia assolutamente fuori luogo parlare di strutture di credito considerato quanto la finanza ha fatto di negativo al mondo dell’economia. Siamo perfettamente d’accordo con questi ultimi perché la banca mondiale dei popoli dovrebbe diventare esclusivamente un circuito, un luogo virtuale attraverso il quale chi può mettere a disposizione risorse si incontra con coloro che di queste risorse ne farebbero uso in modo appropriato nella via dello sviluppo, della pace sociale, del maggior equilibrio tra ricchi e poveri. Neppure i sistemi di controllo dovrebbero essere pensati utilizzando i criteri tradizionali ma facendo sì che gli ultimi ritrovati tecnologici vengano utilizzati nel migliore dei modi. Mi riferisco a ciò che è conosciuto come “intelligenza artificiale” e come “blockchain”.
PERCHÉ KINGA - IL MOTOCARRO A TRE RUOTE PER IL TRASPORTO LEGGERO ELETTRICO?
All’imprenditrice cinese, con la quale si sta collaborando per la produzione in Madagascar e in Italia del “Kinga”, ebbi modo di chiedere: perché produce questi piccoli veicoli anziché autovetture scintillanti, visto che ne ha le possibilità tecniche ed economiche? La risposta fu: anche in Cina ci sono milioni di poveri. Tutto ciò è risultato sufficiente per convincerci che se la globalizzazione può favorire la cooperazione tra persone e operatori economici di diversi continenti per agevolare le condizioni di vita degli ultimi e dei poveri, può assumere una positiva funzione come conseguenza dell’indirizzo che noi diamo alle nostre azioni quotidiane. Se dovessimo poi ricordare che il progetto “Kinga” ha preso avvio in Madagascar dove, ancora prima di essere orientato a creare una fabbrica di piccoli mezzi di trasporto, vuole diventare veicolo privilegiato di sviluppo e di crescita culturale, oltre che punto d’incontro di un lungo lavoro avviato oltre vent’anni fa, si comprende il motivo di tanto impegno e di tante attese. Ѐ, infatti, attraverso progetti, iniziative e sperimentazioni di attività che comportano, contestualmente, utilità sociale ed utilità economica per tutti coloro che vi sono impegnati, che si può sperimentare e testimoniare ciò in cui molte persone credono, al fine di partecipare attivamente alla costruzione di una società migliore. Una società nella quale il lavoro, l’impegno delle persone a migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie e la rinascita sociale ed economica di un tempo considerato abbastanza buio, possono concretizzarsi più facilmente se vengono attivati circuiti virtuosi per creare nuove piccole e medie imprese familiari. Il veicolo “Kinga” rappresenterebbe, quindi, lo strumento finale attraverso il quale si favorirebbe un modo nuovo, economicamente ed ecologicamente compatibile, attraverso il quale la consegna, il ritiro e la distribuzione di beni e merci avverrebbero in modo efficiente e solidale. La creazione di una rete tra operatori che utilizzano gli strumenti informatico-digitali a disposizione, aprirebbe anche nuove prospettive per un lavoro più umano e più rispettoso delle legittime aspettative di molti. Ora tutto dipende da quegli imprenditori che, in Italia, sapranno mettere a frutto le loro capacità, le loro passioni e il loro senso comune per operare per lo sviluppo ed il progresso dell’intera società e, contestualmente, per produrre ricchezza per sé, per le proprie famiglie e le proprie comunità. In Madagascar altre persone sono impegnate, ancora prima, per far comprendere alle loro comunità che questi veicoli possono rappresentare un’opportunità per avviare forme di trasporto più moderno, capace di lenire difficoltà, sofferenze e fatiche immani che altri strumenti non permettono di realizzare perché sono il retaggio storico di processi che faticano a lasciare il posto a ciò che il progresso e lo sviluppo può offrire a tutti i popoli. Per tutti noi la certezza che i veicoli elettrici non sono l’ultima spiaggia ma solo il tentativo di un modo migliore per preservare la natura e per migliorare le condizioni di vita in un sistema moderno di economia circolare e della condivisione. Un ulteriore modo per far comprendere quanto sia importante essere popolo in cammino, operando con la consapevolezza di poter guardare negli occhi i propri figli e nipoti senza doverci rammaricare di lasciare loro un mondo peggiore rispetto a quello ricevuto dai padri.

 

Bassano del Grappa - Roma, 17 giugno 2019

 

Tullio Chiminazzo






FINALMENTE KINGA!


Carissimi responsabili, amici e simpatizzanti del Movimento mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”, desidero renderVi partecipi di quanto l’ultimo nostro progetto, nato dal Madagascar, stia diventando strumento di Sviluppo, specialmente per i Paesi più poveri della nostra “Casa Comune”, il Mondo. In questo mese di febbraio sono stato in Cina assieme a Jean e Hanitra, due responsabili della società “Kinga MG S.a.r.l.”, e con il Sindaco della Città di Mahajanga, Mokhtar Salim. Sia Jean che Mokhtar sono stati in Italia e hanno partecipato, pure se in tempi e per periodi diversi, al Progetto del nostro Movimento “Scambio di Capacità Imprenditoriali”. La dott.ssa Candide, guida del Movimento dal 26.11.2011, dopo aver assecondato la richiesta della sua Comunità di appartenenza a guidare le donne imprenditrici a livello regionale, ha assunto anche l’incarico di Presidente della società “Kinga MG S.a.r.l.”, investendo risorse ma, specialmente, da leader di un gruppo determinato a realizzare un progetto economico con la convinzione che il cammino culturale avviato nella Comunità di Mahajanga possa, finalmente, darne concretezza e rilevanza a livello nazionale e internazionale. Il Business Plan elaborato prevede di mettere in circolazione circa 3.000 veicoli nei prossimi tre anni ma l’obiettivo vero del Progetto è quello di arrivare a 1.000.000 di “Kinga” nei prossimi 10-15 anni, per una popolazione di 22 milioni di abitanti.
Il “Kinga”, mezzo a tre ruote, dotato di cabina chiusa di guida, per il trasporto di persone e cose sarebbe, perciò, destinato a diventare il VEICOLO più piccolo, più economico, maneggevole e versatile, per tutti coloro che dispongono di limitate risorse economico-finanziarie. Un veicolo che potrebbe diffondersi anche in tutti quei Paesi nei quali abbonda la povertà e per i quali tutti dovremmo essere impegnati nel condividere processi e strumenti in grado di creare benessere diffuso. Se è vero che, in un mondo pure abbondante di mezzi di comunicazione di massa, è importante la disponibilità di mezzi per il trasferimento/trasporto di persone, è altrettanto vero che è ancora più importante la diffusione di VEICOLI per trasferire/trasportare, da un luogo all’altro, cibo e strumenti/attrezzi affinché molti abbiano la possibilità di lavorare e di procurarselo.
Non sono pochi i motivi di incertezza nella realizzazione di un piano così complesso, a partire dalla mancata attuale collaborazione di imprenditori italiani e dalla problematica disponibilità di Organizzazioni Internazionali che “sventolano” la bandiera dell’aiuto allo Sviluppo nei Paesi Poveri. Queste ultime, quasi sempre disilludono le aspettative dei Popoli proprio perché, anziché partire dal basso, sono orientate a perseguire nella folle via di spartirsi le risorse per mantenere se stesse e di finanziare modi discutibili di attribuzione di ricchezza ai governanti di Paesi denominati, eufemisticamente, in Via di Sviluppo. Dopo 20 anni di lavoro in Madagascar, ed in particolare a Mahajanga, ci sono ora le condizioni perché questo grande progetto possa “partire dal basso”, trovando adeguata realizzazione nel fornire i contributi direttamente ai più poveri affinché possano acquistarsi il “Kinga”. Il Comune di Mahajanga, attraverso un bando trasparente e visibile sui social media, può assicurare la corretta attribuzione di risorse. È anche il tempo per l’utilizzo della “Mutua Fide Bank”, nata per favorire la creazione di una “Banca Mondiale dei Popoli”, attraverso il finanziamento internazionale di un fondo patrimoniale, specificatamente a ciò dedicato, a favore dell’Associazione “Mutua Fide Microfinance” di Mahajanga; struttura di micro-credito che può finanziare le Persone, le Famiglie e le Piccole Imprese, per l’acquisto di “Kinga”.
Il lavoro e la sperimentazione avviata ci permette di assicurare che l’impresa cinese che ci fornisce tutti i Pezzi/Kit per il montaggio in Madagascar dei “Kinga”, ha dato la propria disponibilità affinché “Kinga” possa diventare il veicolo MADE IN MADAGASCAR e affinché, presso il VIM di Mahajanga, possa essere avviata la prima Università integrata con l’impresa “Kinga MG S.a.r.l.”. Tutto ciò per rendere effettive le attese di lavoro dei giovani malgasci e per favorire un processo irreversibile di Sviluppo Economico che trova origine e sostegno dalla crescita culturale e sociale di un Paese che, finalmente, in modo appropriato, possa definirsi in “Via di Sviluppo”.

Mahajanga - Bassano del Grappa - Roma, 28 febbraio 2018

Il Fondatore Tullio Chiminazzo





Tanti auguri per un Santo NATALE.


Mi rivolgo a Voi aderenti e simpatizzanti del Movimento mondiale delle “Scuole Etica ed Economia” per porgerVi gli auguri di un Santo Natale.


Quello di quest’anno è per tutti noi un Natale particolare perché dopo i cinque Progetti:

1. 1% - l’Impresa Strumento di Solidarietà Internazionale

2. Scambio di Capacità Imprenditoriali

3. Villaggi Impresa

4. Globalizzazione della Solidarietà

5. Mutua Fide Bank (attività di solidarietà)


È arrivato il sesto e più importante di tutti: KINGA


È quello più importante perché è il primo che ha origine da un Paese in Via di Sviluppo, perché giunge dopo un lavoro di vent’anni assieme ai nostri amici del Madagascar e perché rappresenta la corretta collaborazione di persone aderenti al Movimento con la Comunità di Mahajanga. È anche un progetto che trova le donne malgasce in prima linea e in misura maggioritaria nella compagine societaria e nello staff dirigenziale.


Un ringraziamento particolare all’imprenditore Meneghetti Giancarlo la cui disponibilità, specialmente di pensiero e lavoro, è stata fondamentale per realizzare questa prima fase di avvio.


Tra le persone intervenute a Mahajanga – Madagascar, per l’inaugurazione e la benedizione, il giorno 11 dicembre 2017, c’erano le Chef de la Région BOENY, le Préfet de Mahajanga e le Maire de la Commune urbaine de Mahajanga I, a dimostrare quanto il lavoro sia stato svolto grazie e a beneficio di una Comunità intera.

Bassano del Grappa, 24 dicembre 2017

Tullio Chiminazzo





Guardare avanti con occhi da Bambini, per vedere davvero.


Senza sapermelo spiegare mi sono convinto che l’anno 2017 sarà eccezionale, sotto ogni punto di vista. Quali siano le motivazioni di questa “visione” è difficile dirlo ma, anche inconsciamente, si ritorna spesso a voler comprendere ciò che origina le nostre “piacevoli” sensazioni. Si ripassano gli ultimi avvenimenti del 2016 con il desiderio di non perdere molto tempo perché l’importante, per ognuno di noi, è guardare al futuro in modo nuovo, con la prospettiva che ciò che veramente conta è il tempo che saremo chiamati a vivere, con spirito di accettazione e di gratitudine, se convinti che la vita è un “dono”.


Difficile da spiegare a tutti coloro che soffrono situazioni precarie perché provati da eventi atmosferici, da guerre, da emigrazioni, o perché endemicamente costretti ad una vita di privazione, di sofferenze e di esclusione. Difficile da spiegare ai milioni di bambini che soffrono fame e freddo, con disagi di ogni tipo e, per primi, quelli dell’anima; la mancanza di affetti, di calore umano dei genitori e dei fratellini. E allora ti può assalire il turbamento, il desiderio di fare qualcosa, di essere portatore di un qualche rimedio, di un qualche aiuto, di piccole rinunce. Esamini i fenomeni politici e sociali, cerchi di comprendere quante e quali cose abbiamo sbagliato, in una società, troppo spesso, egoistica e cieca. Ma non può essere che tutti siamo ciechi verso le sofferenze degli altri. Può essere che la storia dell’umanità abbia preso un verso voluto da alcuni ma non desiderato da molti. Può essere che i maggiori mali sociali, spesso identificati nelle degenerazioni dell’economia e della finanza, le disgregazioni e le contrapposizioni ideologiche, siano solo degli avvenimenti nella storia dell’umanità. Può essere che basti lasciarsi trasportare dalla bellezza, dalla verità, dalla libertà e dagli affetti per vivere tutti una vita migliore, considerandola, così com’è, un dono. Può essere, ma nel frattempo a tutti noi compete impegnarci e mettere a frutto i talenti ricevuti se vogliamo realizzarci, se desideriamo tendere alla felicità come ad uno stato di serenità, di accoglienza della vita, la nostra e quella degli altri.


Ma il bambino, quello che alberga in ognuno di noi e che solo perché lontano nel tempo non riusciamo a scorgere più nitidamente, quel bambino cosa ci può suggerire?
Comprendiamo, ora sì, che serve saperci spogliare dal peso dello spazio e del tempo nel quale viviamo per “vedere” la strada da percorrere. Serve denudarsi dai nostri perbenismi, dai nostri legami col passato, col male compiuto o col mancato bene esercitato, per pensare che è sufficiente chiedere scusa, perdono. A chi? A noi stessi, prima di tutto. Per non aver saputo liberarci dai vincoli del nostro egoismo, dalle incapacità a comprendere la strada da percorrere. Dall’incapacità a leggerci dentro, con occhi da bambini, non per guardare ma per vedere e far sì che ciò che vediamo diventi servizio alla vita, al futuro e al domani, all’Altro.


Da bambino mi è stato insegnato che la sofferenza fortifica, che senza sacrificio non si raggiungono risultati, che serve rispettare gli altri, che da grande avrei capito molte cose.


Da grande ho capito molte cose ma ne ho dimenticate altrettante che avevo imparato da bambino. Ho appreso come si leggono i fenomeni economici ed ho vissuto un mondo costellato da contrapposizioni, le più cattive quelle ideologiche. Nella maggior parte dei casi ho trovato persone che mi hanno insegnato che i fenomeni economici sono avulsi dall’etica, cioè dalla persona, dalla bellezza, dalla libertà e dall’amore, in nome di un maggior risultato da raggiungere, in nome di più soldi e più potere da realizzare.


Ancorato a quel bambino che è dentro di me, a quei primi sentimenti, a quelle lontane convinzioni, mi sono accorto che così non è. Chi ha più soldi non è più felice ma ha maggiori responsabilità di chi i soldi non li ha. Chi ha soldi, come chi ha potere, ha il dovere di mettere a frutto ciò che possiede per migliorare le condizioni sue, della propria famiglia e dell’intera società. Non gli viene meno la possibilità di essere felice ma ciò è per lui raggiungibile in una diversa dimensione, sempre umana. Ho anche capito che dividere l’umano (l’etica) dall’economico, se pure richiamando filosofi ed economisti insigni, è stato ed è un errore, ed è sbagliato non reclamarlo con forza, anche se quasi tutta la società sostiene la divisione tra etica ed economia, come una verità assoluta. È la degenerazione degli adulti che “traduce” in modo così incomprensibile e deviato semplici avvenimenti quotidiani.


Ora, ritornando a quel bambino, sento forte l’impegno di dire che se nelle scuole di ogni ordine e grado venisse proposta la disciplina “etica ed economia”, insieme, senza distinzioni, senza complicazioni dialettiche che solo i presunti dotti sanno ben argomentare, allora sì sarebbe agevolata la comprensione di fenomeni che potrebbero renderci più facile il cammino. È vero che sono gli adulti che possono cambiare il corso della storia ma è altrettanto vero che lo possono fare solo se sapranno mettersi in ascolto di quel bambino che alberga in ognuno.


È comunque questo il pensare di un bambino che sogna ad occhi aperti ma che desidera vedere davvero, affinché il pezzo di strada percorsa assieme agli altri, prima da bambino e poi da adulto, possa condurre a quella “Casa comune” più
bella e più piacevole per tutti, per valorizzare le diversità di ognuno anziché contrapporle nel rincorrere un bene esclusivo e personale che non esiste. La condivisione tra le persone, piccole e grandi, innesta un effetto moltiplicatore capace di creare bene comune e bene personale al quale ognuno deve tendere, per sé, per la propria famiglia e per l’intera comunità nella quale è chiamato a vivere.


Bassano del Grappa, 26 gennaio 2017


Tullio Chiminazzo




Intervento del Testimonial Tullio Chiminazzo alla “Cena di Valore” di venerdì 25 novembre, organizzata all’interno del Festival della Dottrina Sociale di Verona, che si è svolto dal 24 al 27 novembre 2016.






ETICA ED ECONOMIA

ETICA
"Cliccando" scopriamo che il termine è di derivazione greca e sta a significare: carattere, comportamento, costume e consuetudine. Si dice anche che “etica” è una branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che ci permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico per poterli distinguere in buoni, giusti e leciti, secondo un determinato modello di comportamento (una specifica morale).
L’etica, perciò, è un insieme di norme e di valori che regolano il comportamento dell’uomo in relazione all’altro.

ECONOMIA
Sempre "cliccando" vediamo che il termine, di derivazione greca, sta a significare “casa”, anche come “beni di famiglia”, oltre a “norma” o “legge”. L’economia, perciò, rappresenta l’organizzazione che l’uomo può darsi per l’utilizzo di risorse scarse, finalizzata a soddisfare, al meglio, i bisogni individuali e collettivi. L’economia va anche intesa come un sistema di interazioni che garantisce tale tipo di organizzazione (sistema economico).

ETICA ED ECONOMIA
Qualsiasi ricerca su Etica ed Economia rimanda ad Amartya Sen (“Filosofo morale ed economista”, indiano, 3 novembre 1933, premio Nobel dell’economia nel 1998) e ad altri numerosi studiosi, interpreti e commentatori. Si va da Socrate, a Platone, ad Aristotele, con una particolare attenzione al tema della felicità, fino ai giorni nostri.
Senza voler demonizzare nessuno, ma con la consapevolezza che per meglio orientarsi, serve avere idee chiare, risultato della conoscenza del pensiero di filosofi ed economisti del passato e del presente ma serve, soprattutto, non dimenticare che la vera conoscenza presuppone anche il “saper fare” o quantomeno sapere qual è il risultato delle proprie azioni. Azioni che necessariamente assumono impulso dai soggetti, le Persone.
Le Persone sono perciò il riferimento indispensabile per poter fare qualsiasi ragionamento sia in ambito etico che economico. L’essenza prima di ogni persona è l’aspirazione alla libertà. Libertà che tutti vorremmo esercitare in un mondo più giusto, alla ricerca del buono, del bello, della sicurezza e della felicità.

Le mie esperienze personali mi impongono, come l’occasione di una discussione piacevole durante una cena, di essere sintetico e di semplificare il più possibile.
Come ognuno di voi, fin da giovanissimo (vorrei dire da bambino) mi sono posto problematiche di tipo economico che via via ho scoperto essere anche di tipo etico perché collegate alla mia volontà di crescere libero, amante del bello, del buono, del giusto, con sempre maggiore sicurezza e orientato alla migliore felicità possibile.
Come ognuno di voi, in un mondo di risorse limitate, mi sono subito accorto che la mia libertà si sarebbe dovuta confrontare con la libertà degli altri, persone come me, tutte con alcune delle mie stesse pretese o necessità: soddisfare i bisogni attraverso la disponibilità di beni che comprendevo subito dover essere materiali e spirituali, considerata l’immediata percezione (fin da bambini si capisce, per esempio, che gli affetti dei familiari sono estranei alla logica economica) della complessa dimensione dell’uomo.
In questo semplice ragionamento mi sono anche accorto subito che il povero, colui che può disporre di beni in modo limitatissimo, quand’anche i beni per soddisfare i suoi bisogni non siano addirittura assenti, ebbene costui non è assolutamente libero.

Il mio primario obiettivo è stato perciò quello di lottare contro la povertà in quanto ho ritenuto essenziale il dovere (prima ancora che un diritto) di procurarmi il cibo e, se possibile, procurarlo anche per le persone a me care.
È evidente che crescendo ho avuto alcune favorevoli opportunità come quella di diventare sufficientemente esperto di processi economici che vanno osservati con l’applicazione di tecniche adeguate che però, così come nei rapporti interpersonali (cioè etici), sono sempre mediate dalla comprensione e dalla considerazione che le diversità che caratterizzano ognuno di noi possono diventare elementi di divisione, che impoveriscono, oppure elementi di confronto e condivisione, che arricchiscono tutte le parti in causa.

Ho anche cercato di capire quali persone e organizzazioni potessero maggiormente aiutarmi nella comprensioni di fenomeni che possiamo classificare “umani”, e mi sono accorto che certamente la Chiesa Cattolica può essere definita “esperta di umanità”. Ecco allora che, con un nutrito gruppo di imprenditori, docenti universitari, professionisti e persone di buona volontà, dotate di sufficiente spirito di “ricerca” verso nuove strade da percorrere per il miglioramento delle condizioni di vita nostra, dei nostri figli e nipoti, ho contribuito a far nascere un Movimento che fa presagire la possibilità di pervenire ad un risultato soddisfacente.
Ecco perché qui, questa sera, voglio ribadire con gioia che il Movimento mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”, del quale mi onoro esserne il fondatore, fa riferimento e trova ispirazione dalla Dottrina Sociale della Chiesa, partendo dalla Rerum Novarum (1891), di Papa Leone XIII, attraversando la Centesimus Annus (1991), di Papa san Giovanni Paolo II, per arrivare alla Caritas in Veritate (2009), di Papa Benedetto XVI e alla Laudato Sì, sulla cura della casa comune (2015), di Papa Francesco.

Ecco perché pensiamo che Etica ed Economia, così concepite, possano oramai rappresentare una disciplina da studiare ad ogni livello scolastico, affinché possano essere superate le divisioni, quasi sempre di ordine ideologico, che sono presenti in modo eccessivo nel nostro tempo.

Così facendo, dobbiamo dire ai giovani, con chiarezza, che un futuro migliore è possibile purché sappiano leggere il presente attraverso la dovuta considerazione di studi e ricerche del passato, ma senza inaridirsi e senza smarrire la via delle prospettive che possono dare l’utilizzo di tecniche avanzate, specialmente in questo periodo di straordinarie scoperte tecnologiche e di globalizzazione, se coerentemente conformi al rispetto dei valori umani, al rispetto della natura e dell’Altro.
Se sapranno orientare le proprie azioni a combattere la povertà per globalizzare la solidarietà, in un mondo dove esclusione e indifferenza sono già troppo globalizzate di suo.

Semplifichiamo per rendere comprensibili i processi e le prospettive di un percorso che, frutto di nuove e coerenti idee, estranee a chi le concepisce e diffonde, ci permetta di superare l’egoismo umano per incontrare e comprendere la straordinaria bellezza del “dono”.
Per abbandonare l’eccessiva personalizzazione che rende tutti schiavi dell’ego personale ed aprire la strada ad una società meno ingiusta, più attenta agli ultimi e agli esclusi, comprendendo appieno che ogni creatura ha il diritto/dovere di poter partecipare alla creazione del “bene comune”, che facilita la costruzione di una più bella “casa comune”.


Cordiali saluti.
Tullio Chiminazzo
Verona, 25 novembre 2016



LA TESI:RAPPRESENTAZIONE GRAFICA

T. Chiminazzo, ETICA ED ECONOMIA Verso il nuovo umanesimo economico, FrancoAngeli, Milano, 2016, pag. 144






Cordiali saluti
Tullio Chiminazzo
Bassano del Grappa, 20 novembre 2016



IL DILEMMA DELLA FORESTA DAI 100 ALBERI

T. Chiminazzo, ETICA ED ECONOMIA Verso il nuovo umanesimo economico, FrancoAngeli, Milano, 2016, pag. 116


Il dilemma della foresta dai 100 alberi rappresenta le due alternative che ha di fronte una persona che riceve in eredità dei beni materiali. Può decidere di disporre immediatamente della “ricchezza” ricevuta come può, in alternativa, scegliere la solidarietà economica. Questa seconda decisione, i cui frutti maturano nel medio/lungo periodo, realizza, contemporaneamente, il migliore risultato economico per sé ed il contestuale incremento delle utilità degli altri componenti la medesima comunità di appartenenza. Il dilemma è il seguente:
una persona riceve dal padre una foresta di cento alberi giunti a maturazione dopo 10 anni, in un grande appezzamento di terreno. Il valore è di cento unità che, se patrimonializzate, permettono al figlio di vivere “di rendita” per 10 anni. Il dilemma è costituito dalla scelta tra l’immediato abbattimento dei cento alberi, procurandosi subito le risorse monetarie per vivere i successivi dieci anni o, in alternativa, tagliare 11 alberi all’anno e, col ricavato dei primi dieci disporre delle risorse per vivere l’intero anno mentre, col ricavato dell’undicesimo, disporre del valore per acquistare 100 piante da reimpiantare negli spazi liberi del terreno ricevuto. Solo la scelta della seconda alternativa può essere definita di solidarietà economica in quanto la decisione risulta essere competente e coerente con la capacità di mettere insieme tutti i fattori produttivi, tenendo adeguatamente conto del tempo, e sapendo comparare correttamente il risultato del processo. Il destinatario del lascito, infatti, alla fine del decimo anno, oltre ad aver realizzato, ed utilizzato per vivere, il valore di cento, suddiviso in quote di dieci per anno, si trova con 990 alberi, dal valore complessivo di 540 unità. Il presupposto è rappresentato dal fatto che gli alberi giungono a maturazione in 10 anni e, quindi, ogni anno maturano, incrementandolo, il 10% del loro valore. Gli effetti collaterali di questa decisione di “solidarietà economica” sono, inoltre, quelli di aver accresciuta la capacità di creare posti di lavoro di 9,9 volte (da 100 alberi a 990) e il verde a disposizione del medesimo proprietario e dell’intera comunità nella quale vive, è anch’esso pari a 9,9 volte quello iniziale.
Il numero di 990 alberi, dal valore complessivo di 540 unità, è il risultato dell’ipotesi in cui il costo delle nuove piante è pari ad un centesimo del valore degli alberi giunti a maturazione, dopo 10 anni, e di un decimo di quelli giunti a maturazione, dopo il primo anno.
Il numero di alberi sarebbe pari a 490, con un valore di 265 unità, se il costo delle nuove piante si ipotizzasse di un cinquantesimo del valore degli alberi giunti a maturazione, dopo 10 anni, e di un quinto di quelli giunti a maturazione, dopo il primo anno.
Il numero di alberi sarebbe pari a 190, con un valore di 100 unità, se il costo delle nuove piante si ipotizzasse di un ventesimo del valore degli alberi giunti a maturazione, dopo 10 anni, e di un mezzo di quelli giunti a maturazione, dopo il primo anno.
Alla fine di questa semplice operazione è giusto chiederci perché, se il risultato è così evidente, tutti gli operatori non scelgano il fattore “solidarietà economica” per effettuare le proprie scelte?
Due sono per me le risposte appropriate:
• la prima sta nel fatto che, molto spesso, l’imprenditore non è a conoscenza di tutti i fattori che potrebbero meglio orientare le sue scelte economiche e, con difficoltà, accetta di fare quel percorso culturale che gli permetterebbe di conoscere e di utilizzare il maggior numero di strumenti adeguati per competere positivamente nel mercato;
• la seconda risposta è da ricercare in una società e in un ambiente culturale che stentano a far emergere, con chiarezza, quali sono gli elementi positivi che possono aiutare l’imprenditore a fare scelte coerenti. La mancata esperienza in ambito pratico-economico di molti studiosi e “docenti” è tale che, spesso, sono orientati ad elaborare teorie e insegnamenti assolutamente fuorvianti per un mondo che, grazie alla rivoluzione informatico-digitale e alla globalizzazione, ha subito cambiamenti eccezionali, se non addirittura epocali.
Non comprendere i cambiamenti avvenuti, e quelli in corso, comporta, inoltre, una continua dispersione di energie nella contrapposizione ideologica tra capitalisti e collettivisti e tra i fautori di una presunta terza via, rappresentata da una nuova economia sociale e civile di mercato. La confusione diventa evidente quando i fautori di questa “terza via” si trovano a giustificare atteggiamenti anti economici in nome di un’etica che definiscono a piacimento secondo le teorie, spesso sbagliate, che cercano di giustificare . Criteri di benevolenza verso il prossimo, non ben definiti, e di difficile se non impossibile definizione, dovrebbero guidare le azioni degli imprenditori “etici” quando, invece, sarebbe sufficiente partire dal presupposto che il processo economico che non tiene conto dell’etica, della persona e dei suoi valori, non può godere dell’appellativo economico, per aiutare la comunità verso un percorso più trasparente e meno pericoloso.
Ritornando al dilemma, prima esposto, desidero far notare che, volutamente, nessun valore è stato attribuito al titolare del lascito e all’intera sua comunità per gli altri benefici correlati alla scelta di non tagliare subito i 100 alberi. È il valore che hanno le maggiori risorse naturali a disposizione: più verde, migliore disponibilità di beni naturali circostanti e aria più pulita.


Costo delle nuove piante pari ad un centesimo rispetto al valore degli alberi a maturazione (10 anni) e un decimo degli alberi al primo anno



Costo delle nuove piante pari ad un cinquantesimo rispetto al valore degli alberi a maturazione (10 anni) e un quinto degli alberi al primo anno



Costo delle nuove piante pari ad un ventesimo rispetto al valore degli alberi a maturazione (10 anni) e un mezzo degli alberi al primo anno




Cordiali saluti.
Tullio Chiminazzo
Bassano del Grappa, 18 novembre 2016



PRESENTAZIONE LIBRO: ETICA ED ECONOMIA: VERSO IL NUOVO UMANESIMO ECONOMICO

Dell’ultimo Libro T. Chiminazzo, ETICA ED ECONOMIA – Verso il nuovo umanesimo economico, FrancoAngeli, Milano, 2016


La stringente e profonda prefazione del filosofo, don Giuseppe Stoppiglia, indirizza il lettore verso lo studio di dinamiche etico-economiche per l’uomo dei primi decenni del XXI° secolo. L’introduzione, breve ma intensa, caratterizza l’opera in modo profondo su avvenimenti di attualità, quasi a preparare il confronto, proposto in trasparenza, senza preclusioni e senza veli. “Le scuole di Etica ed Economia e la loro missione”, rappresenta il titolo del I° capitolo nel quale, dopo aver fornito un orizzonte sulle origini del Movimento e sugli avvenimenti rilevanti che lo hanno caratterizzato, vengono descritte le realizzazioni, i progetti, le attività e le opere. A questo punto il lettore potrebbe immaginarsi un elenco di cose quando invece l’autore sposta tutto sul piano culturale di modo che lo stesso lettore possa essere chiamato ad un giudizio; possa essere chiamato, al posto del fondatore e di coloro che vi hanno lavorato per molti anni, a rispondere quale sia la missione delle Scuole di Etica ed Economia. La lettura dei 17 nuovi obiettivi dell’Onu, della Carta dell’Expo di Milano e del Decalogo per un’economia sostenibile di Santa Cruz introduce al confronto con i contenuti del manifesto del XXI° secolo, non dimenticando di guardare in modo attivo, in progressione, lungo la via, con la consapevolezza che “non esiste una verità ma il vero si costruisce assieme, tra mille errori, e la strada si fa camminando”. Le Encicliche Centesimus Annus e Laudato Sì – sulla cura della casa comune - sono riportate, nei tratti salienti, nel II° e III° capitolo, intervallate da brevi riflessioni dell’autore. Non un commento, non critica costruttiva o distruttiva ma riflessione sommessa, da farsi assieme al lettore, da interpretare, da guardare con occhi stupiti, senza sterili antagonismi o facili consensi, ma solo con l’obiettivo di confrontare la coerenza logica col cammino del Movimento, con l’interpretazione della vita in una esaltazione del Divino, del Creato e di tutto ciò che appartiene alla sfera spirituale della persona. Le sofferenze dei poveri, degli ultimi e degli esclusi sono l’orizzonte della proposta, in una prospettiva che la dottrina sociale della Chiesa anticipa, dal 1891 con la Rerum Novarum, ai giorni nostri, con rinnovato vigore, da Papa Francesco. Nel IV° ed ultimo capitolo, la tesi: l’affermazione che non esiste economia senza etica, né efficienza senza solidarietà. L’impresa, luogo ideale di produzione di ricchezza, non solo privata ma anche sociale. Il bene comune è l’orizzonte che tutto ricomprende, in un processo culturale e di ridimensionamento dell’umano. La solidarietà, spiegata per far capire dove si differenzia dalla beneficienza, assume una nuova dimensione e propone un nuovo orizzonte. Appunto, verso il nuovo umanesimo economico, affermando la diffusione della nuova scienza/disciplina: “Etica ed Economia”. Per essere capaci di costruire vero Sviluppo, integrale, equo e sostenibile.
Bassano del Grappa, 17.6.2016



COMUNICATO 12/2011

“Etica ed Economia” ed i Paesi in via di sviluppo: Marie Candide Horace, Nuova Guida del Movimento


Il lungo cammino che abbiamo percorso ci ha fatto comprendere che è venuto il tempo nel quale un’opera pensata nei Paesi ricchi deve oggi “rinascere” nei Paesi in via di sviluppo, per essere coerente fino in fondo col messaggio sperimentato e diffuso per molto tempo.
E’ per questo motivo che voglio comunicare a tutti che il testimone di Fondatore del Movimento mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”, dal 26 novembre 2011, è stato consegnato alla dottoressa Marie Candide Horace: donna di grande temperamento e Fede che ha accolto l’impegno con responsabilità e devozione, non senza valutarne il peso, cosciente come me che è venuto il tempo nel quale dai Paesi poveri si è legittimati a parlare di “Etica ed Economia” in prima persona. Oggi in Madagascar, in Africa ed in molti Paesi in via di sviluppo si è capito che ci si deve saper mettere in discussione in un confronto vero e alla pari, dove ciò che conta di più non è la disponibilità dei mezzi e della ricchezza ma la capacità di sentirsi parte di un’umanità in cammino. Dove essere persone vale più che apparire o possedere beni.
Era però necessario capire l’evoluzione storica che abbiamo vissuto per giungere, con grande disponibilità, all’attuale decisione. Ci sono voluti vent’anni di lavoro, nel solco di una sperimentazione doverosamente attuata contestualmente all’elaborazione del pensiero, per comprendere che i tempi sono radicalmente cambiati e che nuove speranze stanno sorgendo all’orizzonte. Ora la guida del Movimento spetta a questi nostri fratelli che abbiamo avvicinato al confronto con alcune idee e principi a loro non comuni. Anche noi abbiamo avuto difficoltà, se pure privilegiati della loro attenzione, ed abbiamo saputo ascoltare i loro punti di riferimento in un amalgama di suoni, sentimenti, pensieri di persone e popoli certamente più tribali, meno moderni ma, forse, più vicini all’essenza profonda della coscienza umana.
Il privilegio della particolare attenzione ricevuta dal Beato Giovanni Paolo II ancora in vita, ed oggi vivo in mezzo a noi, ci ha permesso di basare il nostro lavoro ed il nostro principale riferimento nell’Etica espressa dalla Dottrina Sociale della Chiesa, nella centralità della Persona e nell’accoglienza e valorizzazione delle diversità umane. Abbiamo fatto nostro l’impegno di perseguire la “Globalizzazione della Solidarietà”, nella certezza che quell’insegnamento rimarrà fondamentale per la vita equilibrata nel creato. Abbiamo accettato di saperci mettere in discussione per studiare e sperimentare modelli di sviluppo compatibili e modelli di assistenza per alleviare sofferenze e pene.
Chiedo oggi a tutti coloro che mi conoscono di rispettare questa sofferta decisione che dovrebbe concedermi, dopo tanti anni di dedizione agli altri, il tempo della riflessione, dello studio, del pensare, del sognare. Sarà, spero, un tempo fecondo e non rivolto unicamente a me stesso. Con la certezza che nulla del lavoro fatto andrà perduto e, convinto che oggi ci arricchiamo tutti di questo straordinario evento, Vi invito a proseguire con rinnovato impegno nei progetti avviati e di rivolgerVi alla Nuova Guida del Movimento, Candide Horace - e.mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , cell. +261.324003378.
Vi ringrazio e Vi auguro Buon Natale e Felice Anno 2012, nella certezza che le difficoltà verranno via via affrontate e superate per lasciare spazio a momenti di vita più felici e con rapporti umani sempre più fecondi di incontri e di condivisione.



Cordiali saluti.
Roma, 25 dicembre 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 11/2011

Stupirci di cose semplici: la prima Statua del Beato Giovanni Paolo II in Africa - Madagascar


Una giornata importante per poche persone potrebbe diventarlo per molte se sapremmo lasciarci guidare dallo stupore. Il 4 luglio del 1999 Giovanni Paolo II ha voluto incontrare i venti giovani aspiranti imprenditori, pronti al rientro in Madagascar dopo l’accoglienza ricevuta in Italia da famiglie ed imprese del Nord Est.
E’ stato il percorso insieme ad un “popolo in cammino” che ci ha condotti a partecipare, sabato 26 novembre 2011, alla benedizione della prima statua del Beato Giovanni Paolo II nel continente africano. Dopo la celebrazione eucaristica e la gioiosa processione che ci ha accompagnati fino alla deliziosa cappella, appositamente predisposta, abbiamo potuto partecipare alla cerimonia presieduta dall’Arcivescovo di Antsiranana, Mons. Michel MALO, già Vescovo della Città di Mahajanga. Lo stesso “Pastore” che ci ha accolti la prima volta nel 1998 quando, assolutamente ignari del percorso che avremo fatto insieme agli amici di quella città, volevamo incominciare ad operare nel nome del Movimento mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”, diventato ufficiale il 17 maggio del 2001, sempre grazie all’ora Santo Padre, Giovanni Paolo II.
Emozione indescrivibile, volti sorridenti, canti e balli gioiosi si sono susseguiti ed intrecciati per farci comprendere che, da quel momento, nulla più sarà come prima. Giovanni Paolo II è oggi presente nella sua rappresentazione scultorea all’interno di quel Suo Villaggio (il VIM) che la gente di Mahajanga gli aveva dedicato ancora prima che fosse deposta la pietra, quella da Lui benedetta nel 1999.
Un cammino lungo e faticoso ma, proprio per questo, ancora più bello. Un percorso da Lui tracciato che abbiamo voluto perseguire con tenacia e caparbietà, riportando insuccessi, sofferenze e difficoltà, ma ottenendo anche soddisfazioni e gioie, talvolta inaspettate, perdendo molte persone per strada ma altre ritrovando più avanti. Nel Suo nome abbiamo continuato a tenderci la mano nella certezza che Nord e Sud si possono incontrare. Così è stato, con la volontà di lasciarci rinnovare e con Lui che ci ha cambiato la vita ed ha cambiato la storia dell’umanità.
Anche il mio ultimo libro “Kinga – Italia Madagascar Nuovi modelli economici” (Milano Edizioni FrancoAngeli, 2011), che racconta la storia del VIM e del progetto culturale, sociale ed economico da molti sognato, nell’attesa che venga tradotto in francese e malgascio, vuole essere il dono ad una comunità che crede nel riscatto dalla povertà partendo dal basso, partendo dalle persone più umili e più povere.
A Giovanni Paolo II abbiamo affidato anche il nostro comune ultimo progetto di solidarietà per la diffusione del microcredito, “Mutua Fide Bank”, che ha oramai superato la fase della prima sperimentazione e che si avvia a diventare strumento utilizzato da molti, conosciuto e diffuso nella città.
Davanti a quell’immagine abbiamo definitivamente capito che è sufficiente lasciarsi guidare, aprendoci allo stupore per le cose semplici e belle che la vita quotidianamente ci dona.


Cordiali saluti.
Roma, 30 novembre 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 10/2011

In autunno cadono le foglie


Nella città nella quale vivo, esiste da alcuni decenni un bel viale alberato che percorro camminando, generalmente quattro volte al giorno, per trasferirmi da casa allo studio, nel centro cittadino, e viceversa.
Qualcuno potrebbe pensare alla noia che assale questo viandante, ma così non è. Anzi la natura non mi permette alcuna distrazione perché ogni giorno mi sorprende con nuovi colori e nuovi riflessi ma, specialmente, con la sua “naturale” capacità di rinnovamento. Tutto questo mi dà la possibilità di continuare a pensare e a sognare ma, soprattutto, mi dà speranza sul futuro dell’umanità.
Come non emozionarsi di fronte ad un viale tappezzato di una coltre di foglie gialle, marrone, rosso scuro e verde? Come poter rimanere insensibile a ciò che appare agli occhi quando alzi lo sguardo e vedi che anche gli alberi abbondano di foglie dai mille colori, generosi nel liberarsi naturalmente da ciò che non hanno più la forza di trattenere con l’avanzare della stagione autunnale.
Una natura che sembra contrastare sempre di più non solo col vociare sguaiato delle persone che partecipano ai numerosi dibattiti radio-televisivi ma anche con gli articoli di giornale, i cui titoli sei costretto a leggere per sentirti informato nel partecipare ai pochi seri dialoghi che la vita moderna ti concede.
“ …Si è perso di vista il bene comune, .. si è spinto sull’acceleratore della finanza sempre più creativa, … l’Italia è in crisi come sono in crisi gli Stati Uniti, … abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità e serve fare sacrifici, …. occorre recuperare il primato dell’etica e della politica, … serve un’autorità pubblica a livello universale, … evitiamo che l’abuso del ricorso a concetti di morale contribuiscano ad annientare la libertà ed il conseguente senso di responsabilità, … non sono certo i collettivisti (comunismo sovietico) che hanno perso il confronto con l’economia di mercato che possono ergersi a maestri, ……”
Potremmo continuare all’infinito ma ciò che più “stordisce” è l’ipocrisia ovvero il fatto che proprio coloro che possono far sentire la loro voce appartengono a quella classe politica, economica e finanziaria alla quale devono essere maggiormente attribuite le cause della crisi attuale: paradossalmente sono gli stessi che pretendono di saper indicare alla società le “cure per guarire”. Nessuno immagina che sia venuto il tempo di passare la mano, perché nessuno si pone il problema della propria personale credibilità, tanto meno se sono persone (manager) che solo pochi mesi fa hanno incassato liquidazioni da 40 milioni di euro (“glorificati” perché un ventesimo del “bottino-furto” – 2 milioni – sarebbe stato devoluto in beneficienza) o che tuttora prendono stipendi mensili 400 volte superiori a quelli dei propri subordinati. La follia sta nel fatto che se qualcuno di questi dovesse rinunciarvi, pensando che 30/40 volte lo stipendio degli altri collaboratori di impresa potrebbe essere sufficiente per condurre un’esistenza agiata, subirebbe addirittura la gogna quand’anche i mass media non evitassero di enfatizzare l’accaduto perché, a loro parere la notizia non farebbe audience.
Perché l’egoismo umano non permette che succeda anche per gli uomini ciò che la natura ci rappresenta spontaneamente e quotidianamente: la caduta delle foglie quando vengono meno le forze naturali che le legano ai rami e alla pianta?


Cordiali saluti.
Roma, 31 ottobre 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 09/2011

Applichiamo il progetto 1% alle “Roma Solidarity Card” per giungere al nuovo “diritto di solidarietà”


In tutti i Paesi Occidentali si rincorrono le riforme per diminuire il debito pubblico e riavviare la crescita, con lo scopo di mantenere la pace sociale. In Italia, le nuove imposizioni verso le persone che producono maggiori redditi vengono definiti “contributi di solidarietà”. I Paesi emergenti producono metà del PIL mondiale e si stanno assumendo le loro responsabilità per la stabilità dei mercati, quelli veri perché verranno costruiti sullo scambio di materie prime e di produzioni alimentari. Stanno anche preparandosi ad un ruolo determinante nella creazione di una moneta unica mondiale, ora che non hanno più la necessità di contrapposizioni ideologiche e di primazia economica dal momento che la più grande potenza del mondo, ossia gli USA, deve ritornare a guardare a ciò che succede all’interno dei propri confini, senza più ergersi a regolatore della pace mondiale: eufemismo che significava libertà di regolare le economie dei Paesi poveri e di quelli emergenti.
Consci che le ingiustizie sono il frutto dei limiti umani e che tutti noi possiamo partecipare attivamente nel dare avvio a nuove forme di convivenza, meno ingiuste, cerchiamo di ragionare sulle possibili cose da fare.
Richiamandoci ai “contributi di solidarietà”, nel lontano 28 dicembre 2001, il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il Ministro dell’Economia e delle Finanze italiani congiuntamente, con notevole intuizione storica, presentavano alla Camera dei Deputati, un interessante disegno di legge (n. 2144) con il quale indicavano il progetto 1% (denominato De Tax - DT o A Tax) come un possibile strumento per la lotta alla fame e alle malattie, oltre che per il sostegno allo sviluppo:

“[….] … ma trova spazio crescente la «dimensione etica»: favore per la famiglia, per il «non-profit» ed il volontariato, introduzione della «De-Tax» (o «A-Tax»), sotto forma di detassazione dell’1 per cento dei consumi liberamente destinati dai cittadini per finanziare attività eticamente meritevoli. [….] … Non è una tassa, ma una non-tassa. Non solo, tanto è autocratica la TT [Tobin Tax], quanto è democratica la DT [De-Tax]. Perché il suo campo di applicazione non è limitato al mercato finanziario, ma esteso a tutti i consumi. Perché non è riscossa ed amministrata da un ufficio, ma autogestita da una platea potenzialmente sconfinata di soggetti privati.” (1. Articolo 1 - La riforma)

La dimensione etica e la solidarietà sono elementi sempre più frequentemente utilizzati ai giorni nostri e non è azzardato immaginare una futura possibile codificazione di un nuovo “diritto di solidarietà”.
In tutto ciò l’Italia, col potenziale storico e culturale millenario che porta con sé, potrebbe diventare un punto di riferimento nella diffusione di quella filosofia, che non ha mai mancato di animare le attività del nostro Movimento. Per questo, abbiamo suggerito all’Amministrazione della Città di Roma il progetto 1%, da applicare alle “Roma Solidarity Card” prepagate, da distribuire a favore delle persone meno abbienti, in modo che possano disporre delle risorse minime per fare la spesa. Si tratta di una moderna forma, libera e solidale, di trasferimento di ricchezza da tutti coloro che possono spendere, ai più poveri. Sarebbe sufficiente che quei cittadini che a Roma esercitano attività economiche direttamente col pubblico, si lasciassero attrarre da quello spirito di solidarietà che sta oramai coinvolgendo molte persone in diverse parti del mondo, cosicché Roma potrebbe diventare l’esempio per la contaminazione positiva nella diffusione del nuovo “diritto di solidarietà” a livello globale.



Cordiali saluti.
Roma, 30 settembre 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 08/2011

L’attuale sistema capitalistico è caduto: dal diritto di proprietà al diritto di solidarietà


Per me era naturale che dopo i reiterati tentativi di globalizzazione del mondo ci fosse una “primavera di giovani africani” che, prendendo avvio dal continente più povero e sostituendosi a ciò che hanno fatto europei e americani in altri tempi storici, creasse una nuova speranza per l’umanità. Non posso negare la difficoltà di comprendere la storia ma se immagino di essere nell’anno 1789, in piena Rivoluzione Francese, riesco a darmi più facilmente ragione dei fenomeni che mi circondano. Non serve neppure passare, come molti vorrebbero a torto farci credere, attraverso catastrofi e lotte civili, perché oggi si tratta di accettare la perdita di valore di ciò che valore non ha mai avuto. E’ sufficiente considerare azzerato il valore immaginario di quei “titoli derivati” che, da soli, qualcuno sostiene rappresentino dieci volte il PIL mondiale, riproponendo dieci anni dopo quanto è stato fatto dai Paesi Occidentali azzerando il debito dei Paesi poveri, perché ingiusto e iniquo. In verità, si tratta di prendere atto di ciò che sta facendo il mercato da solo, senza alcuna preventiva autorizzazione di coloro che immaginano di governare il mondo con idee che appartengono al passato: gli incontri di metà agosto, di Merkel e Sarkozy, docent.
In Italia come in Europa e nelle altre parti del mondo, coloro che sono al potere, non solo in ambito politico, desiderano rimanervi il più possibile pensando di averne diritto perché investiti da elezioni popolari o da nomine legittime. Gli oppositori, denunciando il fallimento dell’attività dei primi, sostengono di dover dare il loro fattivo contributo solo condizionatamente ad un passo indietro degli altri. Siamo nella follia più pura perché nessuno comprende, ovvero nessuno vuole ammettere, che né gli uni né gli altri sono legittimati a governare il periodo di transizione, dopo la caduta di un sistema, e tantomeno sono legittimati a governare il periodo che seguirà.
Solo chi saprà immaginare un mondo nuovo dove, al primo posto, sarà riposizionata la ricerca del bene comune, avrà titolo per governare il nuovo ordine, conseguenza della codificazione e dell’attuazione di regole totalmente nuove.
Napoleone Bonaparte è un personaggio storico discusso ma sembra che nessuno possa negargli la determinazione nella stesura ed approvazione di quell’articolo 544 del Codice Napoleone del 1804 (La propriété est le droit de jouir et disposer des choses de la manièr la plus absolue) che ha cambiato il mondo, diventando linfa vitale per il capitalismo, per il contrapposto collettivismo e per la rivoluzione industriale, fino all’attuale degenerazione del consumismo.
Per superare il presente momento di difficoltà ed incertezza collettiva sarebbe sufficiente far proprio l’insegnamento di un “maestro” del XX secolo, non economista, il Beato Giovanni Paolo II, che ci ha indicato la via possibile da percorrere sostenendo che, dopo la globalizzazione dei mercati, sarebbe necessariamente servita la “globalizzazione della solidarietà”.
Fosse mai che oggi, dopo la caduta di questo sistema economico, dovessero ritornare utili moderni Napoleone capaci di scrivere il nuovo “diritto di solidarietà”, capaci di dare la stura ad una nuova società nella quale la globalizzazione possa creare luoghi di confronto e di valorizzazione delle diversità che caratterizzano gli esseri viventi, in un momento storico nel quale l’umanità deve necessariamente trovare la nuova via? I giovani lo stanno chiaramente indicando.


Cordiali saluti.
Roma, 31 agosto 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 07/2011

Il sogno che diventa realtà


Ho sognato che in Europa gli Stati non riuscivano ad approvare “manovre” di stabilità e che gli USA non riuscivano a mediare le due anime nel Congresso con la conseguente incapacità a garantire la restituzione del debito alla Cina. I Paesi emergenti pronti a prendere in mano il loro destino senza soggezioni e subordinazioni. Il petrolio sostituito dalle energie rinnovabili, smentendo le previsioni catastrofiche della fine del pianeta.
Ho visto un mondo più rispettoso del creato che permetteva nuovamente agli animali di condurre la propria esistenza da animali senza essere trasformati in “umani soggiogati”.

Ho visto i diversi Paesi Occidentali non mirare più alla crescita del PIL, meno auto nelle strade, meno case disabitate, meno armadi pieni di vestiti inservibili, meno frigoriferi pieni di derrate alimentari da conservare anche per gli anni a venire.

Ho visto il ritorno al mercatino rionale, fiorire i commerci dal produttore al consumatore con le primizie vendute a prezzi accessibili anche ai meno ricchi. Il ritorno al libretto della spesa, seppure elettronico, con la ricostituzione del rapporto fiduciario tra produttore, distributore e consumatore. Le imprese riprendevano a farsi credito, senza pagare l’intermediazione alle banche.

Ho visto la chiusura di molti sportelli bancari e l’esclusione dalle borse di tutte le imprese finanziarie. Ho visto le banche ritornare ad assumere la loro funzione sociale per garantire il deposito del risparmiatore e per concedere il credito alle famiglie e alle imprese, per finanziare investimenti e nuove attività.
Ho visto sparire le società di rating e le università pullulare di maestri intenti ad insegnare senza distogliere il loro tempo per partecipare ai cda delle aziende e ai banchi della politica. Ho visto giudici intenti a giudicare con giustizia ed equità, politici orgogliosi di governare il proprio popolo senza percepire stipendi ingiusti. Ho visto anziani raccontare la loro esperienza a bambini e giovani e spegnersi con serenità.

Ho visto gente scambiare la propria villa con due abitazioni per i figli che formavano una nuova famiglia. Ho visto la diffusa applicazione del baratto dove anche gli Stati ricevevano tecnologia in cambio di merci preziose, senza intermediari, perché la conoscenza si diffonde attraverso i moderni sistemi di comunicazione. Ho visto brillare gli occhi dello speculatore che ritornava ad un lavoro nel quale poteva mettere a frutto i propri talenti.

Ho visto diminuire la povertà in Africa con la ripetizione del miracolo italiano impreziosito dall’utilizzo della tecnologia da parte di società tribali, senza la sopraordinazione alle persone, agli usi e ai costumi locali, arcaici e tradizionali.

Ho visto la trasformazione di fabbriche per gli armamenti in aziende per la produzione e distribuzione di prodotti con metodi espositivi che rendevano palese l’attività dei lavoratori verso i consumatori. Ho visto l’Italia capitalizzare la propria storia ultramillenaria con la valorizzazione delle proprie opere storiche, artistiche e paesaggistiche, con un turismo di qualità aperto a tutti coloro che lo richiedevano. Il made in Italy ritornare ad essere completamente prodotto in Italia con la massima valorizzazione della bellezza.

Ho visto il benessere prosperare col progressivo abbandono del consumismo e del denaro-merce.

Ho visto le fabbriche e gli studi professionali ritornare ad essere palestre di esperienza e di vita per i giovani, dove il termine precario assumeva il senso latino di “precarium”, ossia ottenuto con preghiere.
Ho visto fiorire l’istituto dell’adozione, attraverso il quale le famiglie si facevano carico dei bambini orfani e più sfortunati, indipendentemente dal colore della loro pelle.
Ho visto l’adozione di giovani apprendisti stranieri che trascorso il periodo di apprendimento facevano ritorno ai propri Paesi per avviare imprese, sviluppo e benessere.

Ho visto gli Stati moderni prevedere costituzionalmente il pareggio di bilancio ma anche rifare il patto tra il “Principe e il Suddito”, stabilendo l’entità percentuale massima di tassazione del cittadino.
Ho visto sventolare la bandiera regionale, quella del popolo di appartenenza, vicino a quella nazionale e mondiale, con un governo federalista basato sulla solidarietà diffusa.
Ho visto i cittadini utilizzare la moneta locale ed un’unica moneta mondiale.

Ho visto la donna, in ogni parte del mondo, ritornare ad essere madre e soggetto fondamentale, rispettata in famiglia e nella società, libera da lavori e funzioni inappropriate.
Ho visto bambini curati negli ospedali, intenti a scrivere e leggere nei banchi delle scuole potendo contare su cibo e acqua sufficienti.

Ho visto l’orizzonte avvicinarsi rapidamente ed il fruscio del vento che cresceva scuotendo l’albero con le foglie che entravano dalla mia finestra e mi sono svegliato con il desiderio che tutto ciò possa accadere, nel più breve tempo possibile.

Cordiali saluti.
Roma, 31 luglio 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 06/2011

WWW. Ritornando a stupirci se “mettiamo le persone al centro della rete”


Negli anni ’80 nessuno avrebbe potuto immaginare che la “rete” avrebbe comportato così grandi nuove opportunità ma, a tempo stesso, avrebbe anche favorito l’aumento delle disparità nell’attuale mondo moderno che fatica a trovare la strada del riscatto per i poveri dei Paesi in via di sviluppo e che fa scomparire la classe media dei Paesi Occidentali.
Nessuno si sarebbe stupito di fronte all’affermazione che le persone devono essere poste al centro della “rete” perché queste vi erano naturalmente, indipendentemente dall’attività esercitata ed indipendentemente dalle diverse situazioni di vita quotidiana. Ciò non significa che quel periodo non necessitasse di conquiste di libertà e di autonomia, ma che sembrava a tutti naturale il valore proprio della persona e la sua centralità nella vita sociale.
Nei primi anni di questo secolo la “rete” e le conquiste tecnologiche hanno certamente avuto il sopravvento ed erano diventati pochi coloro che sostenevano che le persone avrebbero dovuto essere poste al centro, tanto che sembrava fossimo tutti affascinati dalle meraviglie che si prospettavano all’orizzonte, inebriati da cose nuove e mai sperimentate prima.
Dopo l’avvento della grande crisi del 2008, da alcuni paragonata a quella del 1929, si sta assistendo ad un fenomeno degenerativo ancora peggiore: non ci si sorprende più nel leggere che qualcuno vorrebbe ri-mettere la persona al centro della “rete”.
Tutto questo neppure se si tratta del pensiero di un uomo, il Prof. Massimo Marchiori, che ha rifiutato ingaggi da favola nella Silicon Valley e che non si è lasciato ammaliare dal potere e dal denaro decidendo di continuare la propria attività di ricercatore universitario in una città di provincia italiana. Poco importa che sia “alle prese con un nuovo algoritmo per sviluppare il motore di ricerca di terza generazione, basato sull’interazione delle persone con il sistema” (Il Sole – 24 Ore, domenica 19 giugno 2011, Nova n. 165, pag. 46).
Credo che dovremmo ritornare a stupirci per ammirare ed imitare, riscoprendo quei valori che pongono al centro la persona in ogni era storica, aiutati anche dai mass media che troppo spesso sono impegnati a sbalordirci con avvenimenti certamente meno importanti di questi.


Cordiali saluti.
Roma, 30 giugno 2011
Tullio Chiminazzo



COMUNICATO 05/2011

La Primavera e la crescita


Ascoltando i commenti su ciò che sta avvenendo nel mondo si sente spesso parlare di primavera araba ovvero di primavera dei Paesi del Nord Africa. Chi ha la mia età ha assistito alla Primavera di Praga, momento positivo e anticipatore di avvenimenti straordinariamente innovatori nella storia europea del secolo scorso.
Coloro che elaborano analisi e prospettive sulla ripresa economica mondiale parlano di crescita e troppi, pur dicendosi animati da spirito riformatore, propongono soluzioni che, anziché guardare al futuro, continuano ad essere rivolte al passato e alla protezione dei privilegi acquisiti.
Ritengo che alcuni errori dipendano dalla mancata distinzione di tre situazioni diverse:
- quella del “BRIC” (Brasile, Russia, India e Cina) dove gli indici di crescita quantitativa sono elevati e dove sembra essere avviato un processo di miglioramento delle condizioni di vita di molti, proprio perché sussistono all’interno della medesima area geografica e politica, sia condizioni proprie dei Paesi poveri, sia condizioni proprie dei Paesi ricchi;
- quella dei Paesi in via di sviluppo, nei quali lo scambio di conoscenze e di capacità imprenditoriali con i Paesi ricchi, abbandonata la consueta tecnica dello spoglio sistematico di ricchezze, potrebbe avviare un processo di crescita del PIL, capace di creare autonomia e autosufficienza e, contestualmente, permetterebbe a noi occidentali di raccogliere il risultato delle nostre vere ricchezze, tra le quali assume un ruolo primario la “Conoscenza” (dopo Terra, Lavoro e Capitale), ormai da molti indicata come vero e proprio fattore produttivo;
- quella dei Paesi Occidentali, nei quali la crescita quantitativa del PIL non può rappresentare l’unica misura del benessere dei cittadini, specialmente dopo aver constatato che, raggiunto un determinato livello di ricchezza, la società moderna si è lasciata pervadere dal consumismo e dall’egoistica eccessiva appropriazione di beni, denaro e potere, senza nuove prospettive per le persone e le comunità di appartenenza.
Sapendo che appartiene alla natura umana il desiderio di migliorarsi, non possiamo inneggiare alla decrescita, che spesso viene vista come prospettiva utopica per la società futura. Dobbiamo però precisare quale crescita è necessaria per il superamento della crisi e per il miglioramento della società nel suo complesso.
Crescita del lavoro e della conoscenza in modo da realizzare maggiore equità, anche retributiva, ponendo fine alle distorsioni macroscopiche che esistono, specialmente per i manager del mondo finanziario e speculativo. Dobbiamo crescere nella consapevolezza che ci permetta di fare scelte coerenti in ambito economico, sia da consumatori che da produttori e distributori. La crescita deve coincidere con l’incremento della responsabilità di ogni cittadino, con l’aumento dell’attenzione all’altro e ai beni altrui, da considerare importanti almeno quanto la nostra persona e quanto i beni di nostra proprietà. La crescita a cui tendere impone perciò maggior rispetto degli altri per realizzare maggiore tranquillità personale e di gruppo, fiducia in sé stessi e fiducia negli altri.
Leggo con attenzione le analisi di economisti che dicono che i nostri mali sono nella diminuzione delle nascite e che basterebbe incentivarle per risolvere molti problemi. Peccato che, qualche volta, questi economisti possono contare su stipendi iniqui e su privilegi non comuni derivanti dall’appartenenza a organizzazioni finanziarie che, per prime, andrebbero integralmente riformate. Quale padre e madre non desidererebbe partecipare allo straordinario stupore di essere parte attiva di una nuova vita se le aspettative per i propri figli fossero diverse di quelle che oggi offre l’attuale società malata?
Serve un vero rinnovamento nelle persone e delle persone affinché anche nei Paesi occidentali si possa parlare di primavera. Una nuova stagione capace di ricreare quel clima di fiducia, attingendo anche dall’insegnamento che viene dai Paesi del Sud del mondo. Così facendo la crisi economica potrà essere superata, abbattendo quel muro tra Nord e Sud così come è avvenuto per quello tra Est ed Ovest, che ha trovato origine anche nella Primavera di Praga.


Cordiali saluti.
Roma, 31 maggio 2011
Tullio Chiminazzo



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