COMUNICATO 1/2019



Da un po’ di tempo i social (certamente in modo automatico) mi sollecitano a scrivere qualcosa di nuovo nel mio blog e agli amici che, in passato, ho avuto l’abitudine di raggiungere, anche mensilmente. Ancora, da un po’ di tempo porto sempre con me un piccolo libretto che riporta le principali “Lettere a Lucilio” di L. A. Seneca (Filosofo italiano del I Sec. D.C.). Letture che mi aiutano a tornare alle origini per capire di più il mistero della vita. Per questi, ed altri motivi, mi sono deciso di raggiungervi ora attraverso queste mie brevi riflessioni che voglio semplificare, fingendo di essere stato richiesto di rispondere a quattro “perché”.
PERCHÉ “ETICA ED ECONOMIA” DEVE ESSERE CONSIDERATA UNA NUOVA DISCIPLINA DEL XXI SECOLO - DISTINTA DA “ECONOMIA”?
Se desideriamo interrogarci sulle nostre conoscenze relativamente al tema posto dal nostro interrogativo ci rendiamo conto che pochi riescono a liberarsi dai propri legami culturali e dalle contrapposizioni ideologiche che l’argomento ci presenta. Facile dire che il confronto ci porta a discutere sulle differenze tra capitalismo e collettivismo che hanno segnato per un po’ di tempo la storia del XX secolo, senza mancare di dire che questo XXI secolo non riesce a liberarci da quei fantasmi, neppure grazie alle straordinarie novità scaturite dalla rivoluzione digitale che ha impattato con quella industriale di due secoli fa. Ci sono oggi molte proposte che parlano di economia sociale, di economia civile ovvero di un nuovo metodo economico che sarebbe fatto proprio dal “gigante Cina” per il quale gli occidentali identificherebbero una innovativa forma di “capitalismo comunista”. Studiosi, quasi sempre poco avvezzi alla concretezza della vita quotidiana, fanno riferimenti storici e culturali molto forbiti e poco disponibili al confronto con la gente che, spesso, preferisce lasciarli parlare, piuttosto che sprecare risorse nel controbattere, ricordando che queste teorie appartengono al secolo precedente. Bene i riferimenti all’Aquinate (San Tommaso D’Aquino, 1225-1274) e a studiosi ed intellettuali che hanno profuso tutto il loro pensiero a ricercare forme economiche più vicine alle persone, con economia civile ed economia sociale (Antonio Genovesi, 1712-1769; Wilhelm Rӧpke, 1899-1966), però serve ora avere il coraggio di attualizzare quelle indagini ed esperienze, per confrontarci con libertà sugli avvenimenti della società attuale. Rivoluzione informatica, sviluppo, miglioramento delle condizioni di vita dei poveri. Bisogna dialogare in modo più comprensibile e meno specialistico; più popolare, dove popolare deve intendersi più vicino alla maggioranza delle persone, dove la cultura non significa erudizione o conoscenza di biblioteche di testi ma comprensione dei fenomeni vissuti per essere in grado di meglio orientare il vivere quotidiano. Dove le prospettive future, le idee e le indicazioni per una vita più felice sono il risultato di sacrifici e di sofferenze vissute sulla propria pelle. Non più frutto di sovrastrutture, di ideologie o di posizioni di privilegio che l’uomo, per propria natura, cerca di preservare e di comunicare ad altri con l’intento che rimangano il maggior tempo possibile nel dominio personale. È l’incontro con l’altro, il dono di sé all’umanità, l’assenza di contrapposizioni e l’accettazione del diverso che potrà condurci alla costruzione di un mondo migliore. Partendo da qua dobbiamo, conseguentemente, argomentare le difficoltà degli ultimi decenni attraverso le quali, da una netta contrapposizione tra etica ed economia, si è giunti ad ammetterne una pur critica compatibilità. Tutto questo, giocato nelle contrapposizioni tra intellettuali perché, per gli operatori economici e per le persone che operano nel mercato con imprese di piccole e medie dimensioni, c’è sempre stata la consapevolezza che efficienza e solidarietà debbono orientare, insieme, le decisioni nel mondo economico. Semmai questi operatori non hanno mai avuto nessuno che spiegasse loro quale mix sarebbe risultato più conveniente nelle specifiche situazioni aziendali. La conseguenza di questa mancata attenzione è stata la progressiva perdita di contatto degli economisti dall’operatività economica, a volte ammaliati da un mondo finanziario che continuava sempre più ad allontanarsi dall’economia reale. Un mondo dove la lotta speculativa assumeva contorni inimmaginabili nonostante che lo sviluppo delle dinamiche della rivoluzione digitale mettesse questi sempre più con le spalle al muro. Solo ora sembra avanzare un timido credito al fenomeno delle valute digitali e tutti corrono ai ripari perché sanno che lo scambio di beni e servizi, con la regolazione del debito e del credito conseguente, non potrà che essere applicata in modo funzionale e dinamicamente conveniente dai grandi operatori social e dagli operatori dell’e.commerce, con un processo di integrazione e di interazione tra il commercio fisico e quello virtuale. La specializzazione, la necessità di operare in modo più efficiente possibile, l’utilità per tutti di evitare di “sprecare” i rifiuti, orientandosi al recupero, all’economia circolare e all’economia della condivisione, sono fenomeni che impongono a tutti di capire quanto la centralità della persona e la cura della natura contro l’inquinamento imperante, siano oramai indirizzi indispensabili sia per coloro che operano in economia di mercato che per coloro che ne fanno oggetto di studio e di orientamento sociale. È su questo fronte che non possiamo più accettare confusioni e contrapposizioni tra coloro che inneggiano all’economia orientata dall’etica e coloro che ne rivendicano il dominio assoluto affermando che l’economia è una scienza che nulla ha a che fare con i fenomeni educativi e di orientamento delle azioni umane verso il BENE. È qui che questo inizio di XXI secolo ci può far comprendere di dover ammettere che esistono, in modo incontrovertibile, oramai due discipline: quella economica che orienta la crescita e quella etico-economica che orienta lo sviluppo. Entrambe hanno una loro specifica funzione ed entrambe hanno una dignità esclusiva. Etica ed Economia deve rispondere a quasi tutti gli assunti dell’economia classica ma pone al primo posto il fattore qualitativo. Il punto di riferimento primo è la qualità della vita delle persone, tutte le persone, sia quelle che vengono in relazione quando parliamo di micro etica ed economia che quando esaminiamo il fenomeno sotto l’aspetto macro. È qui che parliamo di interi Paesi poveri le cui produzioni e le cui ricchezze sono molto inferiori a singoli grandi operatori economici privati che gestiscono risorse e persone senza alcun riferimento etico-economico perché orientano tutta la loro attività all’immediatezza dei risultati e al solo aspetto quantitativo della produzione di ricchezza. Ancora più urgente risulta essere la distinzione proposta tra “Etica ed Economia” con “Economia” se esaminiamo i fenomeni in corso dove molti ricorrono a diversi stratagemmi pur di farsi accreditare come i novelli operatori, capaci di assumere e diffondere criteri di responsabilità sociale nell’esercizio dell’attività imprenditoriale. Di assoluto interesse sono le sperimentazioni di Yunus (Economista, premio Nobel della Pace nel 2006 - Un mondo a tre zeri – come eliminare definitivamente povertà, disoccupazione e inquinamento, Milano 2018, Giangiacomo Feltrinelli Editore), che oramai coinvolgono grandi e piccoli operatori attraverso una netta distinzione nel mercato di operatori Business e operatori di Business Sociale. Di interesse risulta anche la recente normativa italiana che prevede nuovi soggetti giuridici denominati “imprese benefit” (orientate al bene sociale, oltre che alla creazione di ricchezza), sulla base di una più lunga esperienza statunitense, definita “B-Corp”. In ogni caso, credo sia oramai urgente riconoscere chiaramente gli ambiti applicativi dei diversi orientamenti e incamminarci verso un traguardo condiviso dove la chiarezza, la fiducia e la coerenza sulle tecniche da adottare possano realizzare un mercato più trasparente, più onesto e più giusto. Una prima sintesi tra le due discipline, “Etica ed Economia” ed “Economia”, è stata avviata e trova rappresentazione grafica a pag. 144 del mio libro: Etica ed Economia - verso il nuovo umanesimo economico, Milano 2016, FrancoAngeli.
PERCHÉ IL MONDO DEVE METTERE AL PRIMO POSTO GLI ULTIMI E I POVERI?
In un mondo oramai globalizzato, ricchezza e povertà non hanno più coperture e nascondimenti. I ricchi sono tutti ben visibili al mondo, fatta eccezione per il loro dovere di contribuire, in modo onesto ed adeguato, con le imposte che gli Stati imporrebbero, proporzionalmente ovvero con aliquote crescenti, per il mantenimento della “cosa pubblica” e per un dovere di solidarietà con le persone meno abbienti. È evidente che non tutti si sottraggono ai loro doveri ma, gran parte di loro, specialmente le multinazionali anche con l’appoggio di Stati stranieri, cercano di evadere o di eludere a quelle responsabilità che, se assunte correttamente, potrebbero fare onore alle loro apprezzabili qualità e capacità di creare ricchezza in quantità molto superiore rispetto ad altri concorrenti. Se non bastasse, oltre ai numerosi eclatanti fenomeni di evasione ed elusione, dobbiamo registrare quotidianamente situazioni che alterano il mercato; soprusi e privative esercitate in spregio a qualsiasi norma comportamentale di pur minima correttezza. Ecco allora che, persone di grande genialità e dotate di straordinarie organizzazioni d’impresa, anziché passare alla storia come esempi di stimata onorabilità da seguire, ricorrono a qualsiasi stratagemma pur di accumulare il massimo di ricchezza, nel minor tempo possibile. Anche loro però devono fare i conti con il tempo che passa, con l’arrivo di figli e nipoti e con qualche buon esempio che ricevono nel loro quotidiano incedere, a volte toccati da malattie e improvvise defezioni del proprio fisico. È il momento nel quale comprendono che fare il BENE potrebbe diventare molto più importante che continuare ad accumulare in modo irragionevole e sconveniente. Nasce la necessità di creare Fondazioni in cui trasferire enormi ricchezze per aiutare i poveri, dopo aver compreso che i propri eredi non sarebbero nelle condizioni di bene amministrare masse così imponenti di ricchezza. Comprendono che l’interesse dei figli e dei nipoti non coincide con quello dei loro genitori e nonni i quali, dopo aver speso la propria vita quasi esclusivamente con il limitato intento di arricchire se stessi e le loro organizzazioni d’impresa, si accorgono di non aver sperimentato le numerose alternative che si rendevano facilmente realizzabili. Nessuna contrapposizione ma la semplice constatazione che gli avvenimenti di questi ultimi decenni permettono a molti di comprendere quanto, anche la vita dei ricchi, debba riempirsi delle soddisfazioni che un agire più umano e più corretto può riservare loro. Tutti coloro che sanno indirizzare le loro azioni, le straordinarie capacità, le intuizioni e le genialità verso il confronto con gli altri, verso lo scambio con coloro che queste capacità non possiedono, in un gioco relazionale e di rapporti tra popoli e civiltà diverse, troveranno motivo di verificare l’essenza moltiplicativa del confronto e dello scambio, specialmente della conoscenza e dell’accettazione delle diversità che caratterizzano ogni persona. Qui, ed ora, si può comprendere quanto il saper mettere al primo posto gli ultimi e i poveri, sia elemento di grande soddisfazione, di felicità e di realizzazione umana ed “etico-economica”. Si ha l’opportunità di raggiungere, in modo più soddisfacente, due risultati: migliore qualità della vita delle persone coinvolte e maggiore quantità di ricchezza prodotta. Le diversità che caratterizzano i poveri, e per prima la maggiore propensione alla libertà personale da raggiungere anche attraverso l’autonomia economica, sono elementi di assoluta importanza e di maggiore competitività per un mondo economico che, attraverso il gioco concorrenziale, può raggiungere risultati di grande interesse anche verso la diminuzione della povertà, cui tutti dovremmo essere umanamente indirizzati. Esaminato l’aspetto micro, cioè il valore e l’impatto delle decisioni personali sui risultati da ottenere, non si può non parlare dell’aspetto macro e cioè di come si siano, nel tempo, sprecate risorse incalcolabili con aiuti internazionali che pochissime volte sono riusciti a raggiungere l’obiettivo sperato di diminuire radicalmente la povertà nel mondo. Anche qui possiamo trovare una risposta semplice che si ha solo nel momento in cui ci sappiamo spogliare dal perbenismo che caratterizza molti abitanti dei Paesi ricchi e, in particolare, tutti coloro che ritenendo di appartenere alla classe dei dotti, elaborano complicate teorie di difficile interpretazione, con astrusi grafici che hanno solo lo scopo di mettere in evidenza l’uno o l’altro propositore, per finire alla maggiore divulgazione di un libro o al raggiungimento di fama effimera per chi lo scrive, rispetto al risultato che dovrebbe tendere a procurare strumenti efficaci affinché i poveri possano conquistarsi la libertà. Affinché il numero di poveri possa diminuire progressivamente. Sempre sul crinale macro, pur ben sapendo che non solo l’Africa necessiterebbe di una grande trasformazione politica e culturale per aiutare i propri abitanti a liberarsi dal giogo della povertà, non posso qui non ricordare che il 30 maggio scorso è entrata in vigore la zona di libero scambio dell’Unione Africana. Trattasi di un’intesa che i 55 Paesi dell’UA cercheranno di far entrare nella fase operativa nei primi giorni del prossimo mese di luglio quando verrà avviato il maggior accordo commerciale dalla fine del colonialismo. Un mercato unico di un miliardo e 200 milioni di individui che immaginiamo potrebbe portare maggior sviluppo del “Continente Nero” con la speranza che venga salutato caldamente anche da noi europei, non solo perché potrebbe significare minor flusso di disperati che bussano alle porte ma perché il mercato unico può favorire l’unità, la pace e la democrazia (fonte: Avvenire, 4.6.2019). Argomenti che devono convincere tutti i Paesi e, in primis, quelli col maggior retaggio coloniale, nell’incoraggiare il cammino intrapreso ma, ancora di più, nella determinazione a smettere i condizionamenti che favoriscono quei privilegi che soffocano ulteriormente le aspirazioni di riscatto dei poveri. Così facendo abbiamo sfiorato anche il problema del colonialismo che non poco ha influenzato la ricchezza di alcuni Paesi a scapito di altri, notevolmente danneggiati dagli eventi del corso della storia. Ritornando ai modi comportamentali che coinvolgono tutti gli uomini di buona volontà che hanno in animo la condivisione di metodi organizzativi e, conseguentemente, la sopportazione di minori tribolazioni e minori difficoltà che quotidianamente devono subire gli ultimi e i più poveri, desidero riproporre ancora una volta l’idea di lasciarci portare più dalla disponibilità a fare qualcosa con i poveri, piuttosto di insistere col voler insegnare ai poveri. Piuttosto di insistere di voler trasmettere loro le nostre tecniche che certamente non appartengono alla loro cultura, ai loro usi e costumi, quasi sempre millenari. Per sostenere che molte persone nel mondo possono dare testimonianza, meglio di me, di come si dovrebbe operare al fine di raggiungere migliori risultati cambiando i metodi operativi finora sperimentati, termino con una citazione ricavata da pag. 8 di un libro di Yunus: “Questo libro non racconta solo la storia di come vent’anni fa il professor Yunus abbia scoperto che accordando minuscoli prestiti ai diseredati della terra si poteva fare di più di quanto avessero fatto i miliardi di dollari degli aiuti stranieri.” (Il banchiere dei poveri, Milano 1998, Giangiacomo Feltrinelli Editore, settima edizione, settembre 1999).
PERCHÉ È SEMPRE ATTUALE IL TEMPO DI COSTRUIRE LA BANCA MONDIALE DEI POPOLI?
Richiamandomi a quanto detto sopra circa gli scritti di Yunus per eliminare la povertà, la disoccupazione e l’inquinamento ma, ancora di più, per l’attività da lui svolta che gli ha fatto meritare l’appellativo di “banchiere dei poveri”, desidero con voi parlare dei molti progetti che ci hanno visti impegnati col Movimento Mondiale delle Scuole “Etica ed Economia”; della loro assonanza con numerosi progetti del premio Nobel più volte citato e della loro compatibilità col lavoro di tutti coloro che credono possibile la costruzione di un mondo migliore se, unendo le forze, evitiamo la dispersione di energie per contrapposizioni inutili, focalizzandoci sui risultati da raggiungere assieme alle persone che più necessitano di sviluppo e di riscatto dalla povertà. L’aspetto determinante è quello di volgere continuamente lo sguardo al futuro, utilizzando le straordinarie ricchezze, specialmente tecnologiche, che caratterizzano il tempo che viviamo. È su quella via che possiamo trovare oggi la possibilità di costruire insieme la nuova banca mondiale dei popoli. Non più Stati o Organizzazioni che determinano la destinazione delle risorse e cambiano il destino di comunità di poveri rispetto ad altre, ma l’opportunità di essere ognuno artefice e decisore di dove indirizzare le proprie risorse. Siano esse per un singolo operatore, una famiglia, le donne e i loro bambini, oppure per organizzazioni, gruppi e comunità svantaggiate dalla sorte, dagli avvenimenti atmosferici, dai luoghi geografici di nascita ovvero da retaggi culturali poco favorevoli allo sviluppo e all’applicazione di tecniche capaci di sdoganare dalla povertà. Quel trasferimento di risorse che può avvenire non solo tra Paesi e comunità lontane ma anche all’interno di un medesimo Paese e all’interno di una medesima comunità. Il nostro progetto “1% - l’impresa strumento di solidarietà internazionale”, poi diventato A-Tax/De-Tax, proponeva, oltre vent’anni fa, la possibilità per il singolo consumatore, attraverso lo sconto dell’uno per cento che avrebbe concesso il suo fornitore, di aderire ad una specifica azione di solidarietà, scegliendola tra quelle proposte. Era, e può ritornare ad essere, un modo straordinariamente facile per “coscientizzare” i consumatori ad aderire ad una proposta capace di collegare la necessità di fare la spesa con le necessità di coloro che non hanno risorse. Procurare a questi ultimi un’opportunità senza privarsi di niente ma solo ricambiando la fiducia nel fornitore, sulla base dell’appartenenza attiva al circuito di solidarietà proposta. Si può pensare che solo il gesto responsabile di fare la spesa crea opportunità per coloro che sono meno fortunati: le briciole, l’1% dei consumi, diventano, se organizzati in un sistema razionale e funzionale, strumento di solidarietà internazionale. Ancora, sono passati oramai dieci anni da quando abbiamo interpellato persone comuni e persone di responsabilità, in diversi Paesi del mondo, prima di scrivere il Manifesto del XXI secolo. In esso, al punto tre, si afferma: “l’urgenza di creare una Banca Mondiale dei Popoli in cui persone, istituzioni, Stati e organizzazioni soprannazionali possono mettere a disposizioni capitali per rendere effettivo il diritto al microcredito dei più bisognosi al fine di finanziare l’acquisto di mezzi e strumenti per il lavoro, fonte di ricchezza e dignità.” A seguire, circa dieci anni fa, abbiamo dato vita alla “Mutua Fide Bank” con la prima sperimentazione pratica nella città di Mahajanga, in Madagascar. Tutte iniziative che se pure sembrano diverse si richiamano all’unico filo conduttore: creare una rete di solidarietà tra le persone in modo da poter utilizzare circuiti informatici di nuova generazione che permettano di gestire e indirizzare le risorse, partendo dal basso. Senza sovrastrutture o potentati capaci di orientare a piacimento le scelte, togliendo la libertà di ognuno nel rendersi credibile come destinatario di risorse e, dall’altro lato, liberi di indirizzare i propri piccoli risparmi e la propria solidarietà. Ѐ questo il mondo del futuro, un mondo nel quale tutti possiamo partecipare perché ogni persona vale per quello che è e non per quello che ha, ovvero per le disgrazie delle quali è portatrice senza alcuna possibilità di scelta. Qualcuno si potrebbe chiedere che fine ha fatto il progetto della costituzione di una Banca Mondiale dei Popoli? Nessuna fine, appartiene ai semi gettati che possono, un giorno, portare frutto. Alcune persone di responsabilità che avrebbero potuto partecipare alla gioia di essere parte attiva di un disegno orientato al BENE hanno preferito utilizzare il loro potere, la loro forza persuasiva, per far emergere piccoli egoismi personali, per rappresentarsi incapaci di cogliere il bello ed il nuovo che una società moderna e tecnologicamente preparata potrebbe realizzare senza alcuna dispersione, in modo efficiente e capace di dare nuove prospettive non solo ai poveri ma a tutti coloro che credono nel miglioramento delle condizioni di vita delle generazioni future. Nel ritornare all’argomento del perché è attuale immaginare di impegnarci per dar vita ad una banca mondiale dei popoli, qualcuno potrebbe dire che di banche ce ne sono già molte e che oggi sia assolutamente fuori luogo parlare di strutture di credito considerato quanto la finanza ha fatto di negativo al mondo dell’economia. Siamo perfettamente d’accordo con questi ultimi perché la banca mondiale dei popoli dovrebbe diventare esclusivamente un circuito, un luogo virtuale attraverso il quale chi può mettere a disposizione risorse si incontra con coloro che di queste risorse ne farebbero uso in modo appropriato nella via dello sviluppo, della pace sociale, del maggior equilibrio tra ricchi e poveri. Neppure i sistemi di controllo dovrebbero essere pensati utilizzando i criteri tradizionali ma facendo sì che gli ultimi ritrovati tecnologici vengano utilizzati nel migliore dei modi. Mi riferisco a ciò che è conosciuto come “intelligenza artificiale” e come “blockchain”.
PERCHÉ KINGA - IL MOTOCARRO A TRE RUOTE PER IL TRASPORTO LEGGERO ELETTRICO?
All’imprenditrice cinese, con la quale si sta collaborando per la produzione in Madagascar e in Italia del “Kinga”, ebbi modo di chiedere: perché produce questi piccoli veicoli anziché autovetture scintillanti, visto che ne ha le possibilità tecniche ed economiche? La risposta fu: anche in Cina ci sono milioni di poveri. Tutto ciò è risultato sufficiente per convincerci che se la globalizzazione può favorire la cooperazione tra persone e operatori economici di diversi continenti per agevolare le condizioni di vita degli ultimi e dei poveri, può assumere una positiva funzione come conseguenza dell’indirizzo che noi diamo alle nostre azioni quotidiane. Se dovessimo poi ricordare che il progetto “Kinga” ha preso avvio in Madagascar dove, ancora prima di essere orientato a creare una fabbrica di piccoli mezzi di trasporto, vuole diventare veicolo privilegiato di sviluppo e di crescita culturale, oltre che punto d’incontro di un lungo lavoro avviato oltre vent’anni fa, si comprende il motivo di tanto impegno e di tante attese. Ѐ, infatti, attraverso progetti, iniziative e sperimentazioni di attività che comportano, contestualmente, utilità sociale ed utilità economica per tutti coloro che vi sono impegnati, che si può sperimentare e testimoniare ciò in cui molte persone credono, al fine di partecipare attivamente alla costruzione di una società migliore. Una società nella quale il lavoro, l’impegno delle persone a migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie e la rinascita sociale ed economica di un tempo considerato abbastanza buio, possono concretizzarsi più facilmente se vengono attivati circuiti virtuosi per creare nuove piccole e medie imprese familiari. Il veicolo “Kinga” rappresenterebbe, quindi, lo strumento finale attraverso il quale si favorirebbe un modo nuovo, economicamente ed ecologicamente compatibile, attraverso il quale la consegna, il ritiro e la distribuzione di beni e merci avverrebbero in modo efficiente e solidale. La creazione di una rete tra operatori che utilizzano gli strumenti informatico-digitali a disposizione, aprirebbe anche nuove prospettive per un lavoro più umano e più rispettoso delle legittime aspettative di molti. Ora tutto dipende da quegli imprenditori che, in Italia, sapranno mettere a frutto le loro capacità, le loro passioni e il loro senso comune per operare per lo sviluppo ed il progresso dell’intera società e, contestualmente, per produrre ricchezza per sé, per le proprie famiglie e le proprie comunità. In Madagascar altre persone sono impegnate, ancora prima, per far comprendere alle loro comunità che questi veicoli possono rappresentare un’opportunità per avviare forme di trasporto più moderno, capace di lenire difficoltà, sofferenze e fatiche immani che altri strumenti non permettono di realizzare perché sono il retaggio storico di processi che faticano a lasciare il posto a ciò che il progresso e lo sviluppo può offrire a tutti i popoli. Per tutti noi la certezza che i veicoli elettrici non sono l’ultima spiaggia ma solo il tentativo di un modo migliore per preservare la natura e per migliorare le condizioni di vita in un sistema moderno di economia circolare e della condivisione. Un ulteriore modo per far comprendere quanto sia importante essere popolo in cammino, operando con la consapevolezza di poter guardare negli occhi i propri figli e nipoti senza doverci rammaricare di lasciare loro un mondo peggiore rispetto a quello ricevuto dai padri.

 

Bassano del Grappa - Roma, 17 giugno 2019

 

Tullio Chiminazzo





Inviato il 2019.07.05 07:26:55
Cheryl
I hope to hear more updates from you, this is what I want to know more detailed.
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